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Elio, il superfascista che si fece comunista

Negli anni Trenta Vittorini non fu un semplice simpatizzante del regime. Partecipò al clima squadrista, respirò l'aria del fascismo di sinistra, quello che si voleva rivoluzionario, antiborghese, anti-liberale

Elio, il superfascista che si fece comunista
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Elio Vittorini è un caso esemplare. Come lui, molti intellettuali italiani del Novecento hanno attraversato le opposte ideologie come stanze comunicanti. La sua traiettoria dal fascismo al comunismo, dalla militanza all'eresia racconta meno una conversione morale che una continuità di atteggiamento: la stessa pulsione antiborghese, lo stesso bisogno di sentirsi dalla parte giusta della Storia. Negli anni Trenta Vittorini non fu un semplice simpatizzante del regime. Partecipò al clima squadrista, respirò l'aria del fascismo di sinistra, quello che si voleva rivoluzionario, antiborghese, anti-liberale. Non era una contraddizione: il fascismo offriva allora a molti giovani intellettuali un linguaggio aggressivo contro l'Italia meschina, provinciale e affaristica. Il nemico non era il potere assoluto, ma la borghesia; non l'autorità indiscutibile, ma la mediocrità. Nei racconti di Piccola borghesia (1931) o nel romanzo a puntate Il garofano rosso (1933-1936) troviamo lo stesso odio per il quieto vivere e il culto della giovinezza come energia dirompente. Quando il fascismo perde la guerra e la legittimità storica, Vittorini non resta senza casa: ne trova subito un'altra, ideologicamente più presentabile. Il passaggio al comunismo avviene senza strappi interiori. La funzione resta identica, muta l'insegna. Basta guardare cosa succede proprio al Garofano rosso, pubblicato in volume nel 1948. Con qualche abile ritocco, l'elogio spudorato dello squadrismo diventa l'elogio della lotta di classe. Vittorini poi sostenne che il romanzo fu censurato dal regime (sottinteso: per motivi politici). Vero, ma fu censurato per qualche bacetto di troppo, non certo per le sue posizioni ben accette al Regime di Benito Mussolini. E così Vittorini, nel dopoguerra, si costruì un curriculum di antifascista integerrimo che era molto lontano dal vero. Dopo il conflitto mondiale diventò una figura centrale della cultura comunista, ma portò con sé un'idea di letteratura che mal si adattava al realismo pedagogico del partito. Per Vittorini la letteratura non era illustrazione della linea, ma apertura e contaminazione. Da qui nacque l'esperienza de Il Politecnico, rivista che provava a tenere insieme Marx e Kafka, politica e modernismo, impegno e libertà. Un tentativo troppo ambizioso per un Pci che, appena conquistata l'egemonia culturale, pretendeva disciplina. Lo scontro fu inevitabile. È il destino di molti ex rivoluzionari: scoprono tardi che l'ideologia non ama l'immaginazione, ma l'obbedienza. La rottura fu radicale. In realtà, Vittorini restava dentro il perimetro dell'impegno, anche quando ne denunciava i limiti. Più che un eretico, Vittorini era un disallineato.

Proprio per questo è interessante: non perché si sia salvato dalle ideologie, ma perché ne ha mostrato, dall'interno, il volto conformista. La sua parabola dice molto meno di Vittorini stesso che dell'Italia culturale che lo ha prodotto.

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