Le famiglie sono trecce che non si sciolgono mai

Anne Tyler è nata a Minneapolis nel 1941. Ha vinto il Premio Pulitzer per "Lezioni di respiro". I suoi romanzi sono pubblicati in Italia da Guanda, come il nuovo "La treccia alla francese"

Quando si arriva ad annusare una mascherina per sentire l'odore di chi la indossava, beh, quello è indubbiamente amore. Nel caso specifico, adorazione e nostalgia per il nipotino, del quale la mascherina (in stoffa) ha conservato l'«odore fanciullesco», un miscuglio «salmastro ma dolce, come di sudore pulito». È così che Anne Tyler arriva fino alla pandemia, che descrive a modo suo, non apocalittico o tragico, bensì intimo, familiare, come sono i suoi romanzi e specialmente il nuovo La treccia alla francese (come sempre Guanda): la storia dei Garrett, che inizia nel 1940, anno di matrimonio di Robin e Marcy, passa attraverso le vite dei figli Alice, Lily e David e delle loro famiglie e finisce nel 2020, con i loro pronipoti. Luogo principale dell'azione, come sempre, Baltimora, la città dove vive la scrittrice, nata a Minneapolis nel 1941.

Anche una delle coprotagoniste del romanzo, Greta, viene dal Minnesota e i Garrett, all'inizio, la considerano decisamente un pesce fuor d'acqua: presentata da David, il più distante e misterioso dei tre figli di Robin e Marcy, è più anziana di lui, ha già una figlia, zoppica leggermente e... beh, nonostante i pregiudizi dei Garrett, si capisce subito come al suo occhio sfugga ben poco. Le basta osservare questa famiglia per comprenderne i meccanismi, le distanze, i piccoli segreti: esattamente quello che fa Anne Tyler, con il suo passo semplice e inesorabile nell'esplorare i momenti, a volte impercettibili, che determinano il corso di certe famiglie, il loro andamento nel fiume della vita in comune. Come dice David: «Non si può mai dare per scontato che i membri di una famiglia si piacciano»; il che, precisa, è diverso dal volersi bene. Ci si può volere bene, ma non piacersi, ed è proprio in quei momenti, intercettati dallo sguardo di Anne Tyler, che il piacersi (o no) si rivela... Per esempio, i Garrett non sembrano piacersi troppo, tanto è vero che si frequentano pochissimo, si annunciano i matrimoni a nozze fatte (qualche volta anche senza che nessuno sapesse dell'esistenza del futuro coniuge), organizzano feste a sorpresa per non ricevere rifiuti dolorosi. Sono una «famigliola ristretta», non una di quelle famiglie aperte e accoglienti; anche se poi, come nota Serena (la figlia di Lily) «il problema delle famiglie aperte e accoglienti era il loro atteggiamento chiuso nei confronti delle famiglie che non erano altrettanto aperte».

Poi, certo, i Garrett hanno un talento per «non vedere». Da sempre Marcy trascorre più tempo a dipingere che a badare alla casa e ai figli, tanto che la figlia maggiore Alice cucina per tutta la famiglia da quando ha otto anni; ma quando anche David lascia il nido per andare al college lei decide di trasferirsi nel suo «atelier», per dedicarsi a ritrarre abitazioni altrui. In pratica lascia la casa e Robin, ma nessuno osa dirlo. Nessuno fa domande o trae conclusioni. «Era davvero così facile convincere il resto del mondo che la vita proseguiva come sempre?» Lo era. Sorvoliamo su tante cose nel quotidiano ma, dice Greta, è perché «in famiglia si fanno queste cose per gli altri: nascondersi qualche verità scomoda, concedersi qualche piccola illusione». Sono «piccole gentilezze» e «piccole crudeltà». Perché le famiglie sono come una treccia alla francese: non si sciolgono mai del tutto. Anne Tyler ci fa sentire la sua saggezza benevola sulle nostre mancanze, con il suo umorismo alleggerisce le nostre debolezze e, con questa «famigliola ristretta», ci fa provare una tenerezza infinita. Come quella di, e per, una nonna che annusa la mascherina del nipotino.

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