C' è un oblio che colpisce chi vede prima degli altri. Janet Flanner appartiene a questa categoria: è stata la prima giornalista americana capace di leggere l'Europa quando ancora l'Europa si stava definendo.
The Typewriter and the Guillotine, il libro di Mark Braude - appena pubblicato negli Stati Uniti per la casa editrice Grand Central Publishing - restituisce la centralità a una figura che la memoria collettiva ha quasi rimosso, e lo fa con la precisione di un saggista e la delicatezza di un narratore.
Braude, collaboratore del The New York Times, attinge da documenti, foto, lettere, articoli, e ci offre un ritratto che è insieme biografia e romanzo storico: Janet Flanner come non è mai stata raccontata prima.
Nata a Indianapolis nel 1892, in una famiglia quacchera del Midwest, Flanner cresce tra la sobrietà e il contatto quotidiano con la morte: il padre gestisce un'impresa funebre e il primo crematorio dello Stato, la madre coltiva interessi letterari. Questo doppio registro - tra leggerezza dell'intelletto e concretezza dell'esistenza- segnerà per sempre il suo sguardo: acuto, ironico, capace di leggere sotto la superficie delle cose.
Dopo una breve esperienza universitaria alla University of Chicago e un apprendistato da critico cinematografico per l'Indianapolis Star, Flanner si trasferisce a New York, frequenta il Greenwich Village e il circolo intellettuale attorno all'Algonquin Round Table - il gruppo informale di scrittori, giornalisti, critici teatrali e intellettuali che si riuniva ogni giorno negli anni Venti all'Algonquin Hotel- ma senza mai diventarne membro ufficiale, e lì incontra le idee femministe e le prime comunità queer.
Nel 1918 si sposa con William Lane Rehm, artista conosciuto al college, e lo lascia poco dopo: un atto pragmatico di autodeterminazione, non di ribellione. È nello stesso anno che conosce Solita Solano, giornalista del New York Tribune, che diventerà la compagna di una vita, presenza silenziosa e costante, alleata intellettuale e sentimentale, sino alla morte di Janet Flanner nel 1978.
Nel 1925, grazie all'intercessione di Jane Grant, moglie del direttore Harold Ross, Janet Flanner viene inviata a Parigi per il New Yorker, allora una rivista elegante ma mondana, più interessata al costume che alla letteratura e alla politica.
Il mandato è chiaro: cronache di salotti, arte, mondanità. Flanner accetta e tradisce felicemente l'incarico. Con le sue Letters from Paris, firmate con lo pseudonimo Genêt (Ross crede che sia il francese di Janet), racconta la Parigi della Lost Generation prima ancora che Hemingway ne scrivesse, osservando con precisione i suoi protagonisti: Hemingway giovane ma già affamato di esperienza; Fitzgerald elegante e fragile, sospeso tra mondanità e autodistruzione; Gertrude Stein come centro gravitazionale della scena culturale; Ezra Pound geniale e pericoloso. Non li mitizza: li colloca in un contesto vivente, dentro caffè, atelier, circoli artistici.
Uno dei gesti più decisivi di Flanner è nel costruire un ponte tra mondi che non si parlavano ancora. Mette in comunicazione gli scrittori americani con le avanguardie artistiche europee: Picasso, Braque, Modigliani, Matisse, Léger, Chagall, Cocteau, i Ballets Russes. Parigi non è più uno sfondo, ma un riferimento culturale in cui letteratura, arti visive e performance si contaminano, e il New Yorker, senza proclami, si trasforma da rivista mondana in luogo di lettura critica del presente.
Negli anni Trenta Flanner cambia registro. Abbandona lo pseudonimo, firma con il proprio nome e diventa la prima inviata americana di politica in Europa.
Mentre negli Stati Uniti Hitler è ancora percepito soltanto come curiosità folkloristica, Flanner ne comprende la pericolosità e la portata strutturale.
Il suo profilo di Hitler in tre parti del 1936 è un documento di lucidità senza precedenti: descrive il nazismo come macchina emotiva e organizzativa, capacità di mobilitare le masse, violenza ritualizzata, e mette in guardia sul rischio per la democrazia europea.
Il New Yorker, ancora una volta, segue il suo sguardo. È lei a renderla la rivista che conosciamo oggi come la più prestigiosa testata letteraria al mondo.
Allo stesso tempo ha un'altra intuizione: segue il caso di Eugen Weidmann, serial killer tedesco che tra il 1937 e il 1939 uccide sei donne in Francia e l'ultimo uomo giustiziato pubblicamente sulla ghigliottina. Braude mette in risalto come Flanner ancora una volta intuisca prima di tutti interpretando la folla, il processo, l'esecuzione come sintomi della società, un esercizio di lettura della violenza collettiva: la ghigliottina e la macchina da scrivere sono simboli complementari, il crimine spettacolarizzato e la parola che tenta di comprenderlo.
Durante e dopo la Seconda guerra mondiale, Flanner continua a scrivere per il New Yorker, torna a New York dopo l'invasione della Polonia nel 1939. Rientra a Parigi nel 1944, e segue i processi di Norimberga, documenta la ricostruzione europea, la crisi di Suez, l'invasione sovietica dell'Ungheria, il conflitto in Algeria e il ritorno di de Gaulle. Lavora sino al 1975 e riceve il Premio Pulitzer per il suo impegno giornalistico. Flanner era anche una donna di grande ironia. Celebre il suo intervento nel 1971 nel Dick Cavett Show, in onda sul network nazionale ABS, quando Gore Vidal e Norman Mailer, in un celebre scontro verbale, la trattano come spettatrice passiva: lei li smaschera con fredda precisione facendo notare che il loro duello non è una vera conversazione ma soltanto uno spettacolo auto-riferito.
Il libro di Braude è un racconto che intreccia vita privata e politica, letteratura e arti visive, amore e guerra, con la precisione di un cronista e la lente di un narratore.
La Flanner che emerge non è un monumento: è una intellettuale, verrà premiata con il Premio Pulitzer tre anni prima della sua morte, che ha letto il secolo prima che il secolo si leggesse da sé; una donna che ha visto il buio arrivare e ha scelto di raccontarlo senza semplificazionI.