In fondo allo «Stradone» c'è l'Italia di oggi

Fabrizio Ottaviani

«Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso», scrisse il filosofo Guy Debord. Ne Lo stradone di Francesco Pecoraro (Ponte alle Grazie) va anche peggio, del vero non v'è traccia: «Jeans falso consumati. Falso strappati. Falsi gli hipster con false barbe lunghe tagliate quadre, false camicie da falsi boscaioli. Veloci sfrecciano falsi pappagalli verdi. Falsi i pesci nelle pescherie...». Un bar frequentato da gentucola, il Porcacci, offre riparo a pensionati, tifosi della Lazio, disoccupati. Guai ad uscire dal Porcacci: chi lo fa, si ritrova in un quartiere al cui confronto la medina di Marrakech sembra la Svizzera. Lo stradone del titolo attraversa la borgata di Valle Aurelia, a Roma, dove lo scrittore de La vita in tempo di pace, premio Viareggio 2013, sostiene di abitare da vent'anni.

Lo stradone è anche la storia di un italiano e dei suoi fallimenti, a partire dalla carriera universitaria arenatasi per mancanza di diplomazia. Finirà per essere assunto in un ministero: «Noi, allevati al marxismo novecentesco, sappiamo che civiltà è non competizione, insomma ansia tendente allo zero, cioè Ministero». Il tema centrale del romanzo, però, è l'argilla con cui i papi hanno edificato la «Città di Dio». Dal Seicento, Valle Aurelia è costellata di piccole fornaci nelle quali una genia nibelungica cuoce migliaia di mattoni ogni giorno finché nel 1858 un ingegnere tedesco, Hoffmann, non inventa il «forno anulare senza fine». Scomparse le piccole fornaci artigianali, il gigantesco forno Hoffmann diventa il simbolo di un mondo in crisi, moderno solo per partito preso. Quando all'inizio del Novecento Lenin visiterà la fornace romana, si troverà di fronte un'umanità degradata, abbarbicata all'antico orgoglio operaio.

Attenti, però, a non equivocare: Pecoraro non è un emulo di Ruskin e non nutre alcuna simpatia per gli aspetti culturali della fabbricazione dei mattoni. La Modernità non avrebbe fallito perché si sarebbe votata agli dèi inferi dell'efficienza impersonale, ma perché si sarebbe svenduta a forme di produzione meno efficienti; come rivelerebbe la situazione attuale della capitale, tutta buche nelle strade e giardini abbandonati. Discutere la convinzione, tipica della sinistra italiana, che sia possibile cavare il sangue dalle rape (cioè la felicità dalla razionalità tecnologica) ci porterebbe lontano dall'argomento di questa recensione.

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