"La frammentazione è nel dna della nostra storia linguistica"

La lingua italiana va braccata. Bisogna battere i boschi per stanarla.

La lingua italiana va braccata. Bisogna battere i boschi, per stanarla; bisogna muoversi con l'ingegno dei lacci, porre trappole e avere l'ostinata astronomia della tenacia, perché «questa fiera fa sentire il suo profumo ovunque, ma in nessun luogo si mostra». Secondo Dante, il volgare «illustre, regale», la lingua utopica degli «Italiani», «appartiene a tutte le città senza apparire proprio di alcuna di esse». È un tentativo. Una tentazione. Così, nel De Vulgari Eloquentia il poeta elabora la metafora della pantera: nei bestiari medioevali l'animale, sfuggente, implacabile, è associato a Cristo. Per cacciare la lingua dacché una lingua non si parla, si conquista, è una belva ho contattato Mirko Volpi, che insegna Linguistica italiana all'Università di Pavia (per Salerno, tra l'altro, ha curato il Commento alla «Commedia» di Jacopo della Lana).

Che cos'è la lingua italiana? Nel De Vulgari, Dante ci dice che il volgare è una specie di inafferrabile pantera. Dovremmo parlare di «lingue»?

«La lingua italiana, a definirla in sincronia, cioè in relazione all'oggi, è semplicemente la lingua impiegata in Italia dalla stragrande maggioranza delle persone per tutti gli usi scritti e parlati. In diacronia, cioè analizzandone la storia e le evoluzioni, la lingua italiana è, per ragioni storico-culturali e letterarie, confortate da elementi fonormofologici, il volgare fiorentino del Trecento, il fiorentino cosiddetto aureo, quello delle Tre Corone, Dante, Petrarca e Boccaccio. La citazione del De Vulgari Eloquentia è quantomai pertinente. Ma il volgare che Dante ricerca è il volgare illustre, quello degno di essere utilizzato per la grande poesia, libero dalle incrostazioni municipali, dalle brutture locali, dunque appunto sovramunicipale. Nessun volgare italiano, cioè nessuna varietà linguistica parlata allora in Italia nelle diverse aree e città (e Dante ne passa in rassegna 14), può essere però definito illustre: non è, cioè, sulla bocca di nessun italiano, ma lo si trova, scritto, solo nei grandi poeti (i Siciliani, Dante stesso, Guinizelli, e pochi altri). Alla fine del primo libro, Dante identifica il vulgare illustre con il vulgare latium, cioè, nientemeno, con il volgare italiano: con intuizione a dir poco profetica, Dante vede la possibilità di una lingua italiana unica, con almeno cinque secoli di anticipo rispetto alle discussioni ottocentesche, e ben prima che fosse all'ordine del giorno il problema dell'unità politica italiana. Al di là di questa sorta di preveggenza intellettuale straordinaria, Dante primo linguista, primo dialettologo, primo storico della letteratura italiana mostra di essere ben conscio della situazione linguistica allora (e per molto ancora) vigente sul suolo italiano: un'estrema, inestirpabile frammentazione, figlia della frammentazione politica (il De Vulgari è anche un trattato politico filoimperiale), dell'assenza di un centro di potere, di una monarchia nazionale capace di imporre, anche per ciò che concerne la lingua, un modello centralizzatore».

Specifico. Il friulano è una lingua, il veneto un'altra; il piemontese ha specificità diverse dal sardo, che fa storia a parte. Il toscano non è il siciliano. E via scorrendo. Che autonomia e forza hanno ancora queste differenze?

«Quelle che lei ha citato (lingue o dialetti che siano, il dibattito è lungo e aspro) sono le dirette continuatrici di quei volgari, a loro volta continuatori del latino volgare, sorti in Italia in epoca altomedievale. A fronte dell'italiano cioè del volgare fiorentino che andava via via imponendosi a tutti i livelli, permanevano, e permangono, le altre lingue, con la loro storia, la loro tradizione, la loro specificità. Oggi li chiamiamo perlopiù dialetti. Ma la differenza tra lingua e dialetto, nella sostanza biologica degli idiomi, non esiste; si tratta di un rapporto di forza. La lingua è tale perché in un determinato territorio è maggioritaria e si usa a scuola, nella burocrazia, nei giornali, eccetera, o addirittura è lingua ufficiale dello Stato e riconosciuta come tale nella Costituzione. Per citare una vecchia battuta che non si sa nemmeno a quale linguista attribuire, la lingua è un dialetto con un esercito e una marina. Ad ogni modo, secoli di uso, spesso anche scritto, di storia, di identità linguistica, di scambi quotidiani, voglio dire, secoli di lingue vive e vigoreggianti non svaniscono senza lasciare tracce o residui; anzi proprio non svaniscono, ma continuano nei parlanti ad agire, a lambire le soglie mentali della lingua ufficiale, a scalfirne qualche lembo».

Non sarebbe allora più corretto parlare di «letterature» italiane più che di «letteratura»?

«Mi sembra una proposta storicamente sensata. A patto di operare alcuni distinguo. Nel corso dei secoli, in particolare dal '500 in poi, accanto alla letteratura diciamo ufficiale, in lingua italiana, quella che studiamo e conosciamo e che costituisce il canone, anzitutto scolastico, fiorisce una produzione riduttivamente definibile come locale, o dialettale, che a quella si oppone o semplicemente si affianca. Pensiamo ad esempio a città dalle grandi tradizioni letterarie e culturali come Venezia, Genova, Napoli, dove spesso nei secoli moderni gli atti ufficiali potevano essere stesi nella lingua patria, non nel fiorentino di Dante. Quindi sì, l'etichetta storia della letteratura italiana potrebbe essere meglio intesa come storia delle letterature italiane; allo stesso modo in cui la storia della lingua italiana che alla lettera è la storia del fiorentino che è divenuto lingua nazionale è meglio definibile come storia linguistica italiana, cioè come storia delle varietà linguistiche presenti in Italia».

La lingua rispecchia una identità. L'italiano ha una tradizione colta, letteraria, ma forse non ha autentiche radici, o le ha recise...

«La lingua in Italia ha viaggiato per secoli, praticamente fino alla metà del Novecento, su due livelli. Sopra, nell'empireo dei grandi scrittori, la lingua italiana è stata effettivamente una e unica, la lingua appunto dei grandi trecentisti toscani, ovunque imitata e ripresa, sancita dalla teorizzazione cinquecentesca di Pietro Bembo e di qui passata vittoriosa attraverso altri tre secoli buoni, fino al tardo Ottocento: ma una lingua, sostanzialmente, morta. Sotto, al livello della lingua d'uso, parlata, usata tutti i giorni per i normali bisogni comunicativi, la frammentazione è restata fortissima: ogni città un volgare, una lingua, un dialetto. Una lingua viva, certo, o meglio mille lingue vive e in ottima salute, ma inservibili per il nuovo Stato sorto nel 1861. C'è un brano di Luigi Meneghello che racconta di quando, scolaro in un Veneto dialettofono, si trovò a riflettere sulla frattura tra il vernacolare obsoleto, uno scalzacane ignorante che non sa le poesie a memoria, ma è vivo, e l'italiano uccellino, che cinguetta e annuncia la primavera e si fa ritrarre nei libri, ma è finto. Lo stesso Manzoni, come noto, il grande fautore del fiorentino quale lingua per tutti gli italiani, era solito parlare in milanese o in francese».

Che cosa racconta degli italiani l'italiano? Forse l'italiano porta con sé la nostalgia di una lingua legata alla terra... o sono fòle?

«L'italiano, anzi la storia dell'italiano, dice molto degli italiani e della loro, della nostra storia, dice anzitutto della nostra tendenza alla divisione, alla frammentazione, al campanile che ora è serbatoio prezioso di conservazione ora ridicola rivendicazione. È la storia stessa del Paese, che ha impiegato secoli per unirsi, senza essere unito del tutto; riconoscibile, identificabile, ma irriducibile a un tetto realmente comune. La storia della lingua così mi ha insegnato il mio Maestro è storia di un popolo. E noi siamo un popolo fatto di popoli che anche se non lo sanno parlano in fondo lingue diverse e sono queste altre lingue, a mio avviso, a portare quella nostalgia di cui parla lei. Mi piace rilevare poi, anche se non so francamente trovarci una morale o un'arguta connessione storica, che l'italiano, la lingua oggi patrimonio di tutti noi, è nato con un formidabile, irripetibile exploit, quello della Commedia di Dante, il miracoloso portento che davvero mostrò ciò che potea la lingua nostra. Infine, si può ricordare quanto scrisse Gino Capponi, a pochi anni dall'unità d'Italia: La lingua italiana sarà ciò che sapranno essere gli italiani. Ecco, cosa sono, cosa hanno saputo essere gli italiani? Forse qualche risposta ormai ce la possiamo dare».

I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette.
Qui le norme di comportamento per esteso.