"Se c'è un artista che amiamo molto e di cui poco sappiamo, questi è Masaccio" scrive Alessandro Masi nell'introduzione a L'opera perfetta (Neri Pozza, pagg. 172, euro 21) ed è così che veniamo attirati nei misteri della "Vita e morte di Masaccio", al secolo Tommaso di ser Giovanni Cassai, nato a San Giovanni Valdarno il 21 dicembre del 1401 e morto a Roma nella primavera del 1428, in circostanze mai chiarite. Alessandro Masi, storico dell'arte e segretario generale della Società Dante Alighieri, ha già scritto di Giotto e di Benvenuto Cellini, di romanzi futuristi e della politica culturale del Ventennio. Parla dal suo studio nel meraviglioso Palazzo Firenze, "dove visse Caravaggio", e ancora si sentono i suoi passi, pare...
Alessandro Masi, come si scrive un libro contemporaneo con dei dialoghi nell'italiano del Quattrocento?
"È piuttosto complicato, come già avevo sperimentato con Giotto e Cellini. Quest'ultimo era stato ancora più complesso, perché avevo armonizzato i dialoghi della Vita con una parlata in prosa: dato che avevo un po' forzato la mano con il vernacolo, l'italianista Luca Serianni, a cui mi ero rivolto, mi aveva suggerito di moderarlo. Qui ho cercato di creare un sottofondo toscano, non forzato, facendo della lingua uno strumento musicale, armonizzando l'italiano di oggi con un sottofondo di storia; infatti leggevo e rileggevo le frasi ad alta voce, più volte".
Serve una certa dimestichezza con la lingua?
"Direi di sì. Del resto da trent'anni, come segretario della Società Dante Alighieri, mi occupo dell'italiano nel mondo: la lingua è un organismo vivo, mai dato per sempre, su cui si deve lavorare continuamente".
Chi è Tommaso Cassai detto Masaccio?
"Il giudizio di Vasari, che riporta il soprannome, pesa sulla sua testa come una verga: uno sciamannato, un bohémienne, che vestiva male, non si curava di nulla, neanche dei soldi, un generoso. Però la dichiarazione dei redditi del 29 luglio 1427, la prima del mondo, che lui fece, come il suo maestro Masolino e altri, non dà ragione a Vasari, perché lì Masaccio è molto puntuale, preciso - il documento è tutto scritto a mano - e mostra, con una certa furberia, di avere più debiti che introiti".
Non era così maledetto?
"Per me quello è uno stereotipo, una delle classiche leggende sugli artisti. Il mito appartiene all'arte: non c'è rito senza mito".
Masaccio muore giovanissimo.
"A 26 anni. È stato una figura straordinaria ed è morto in circostanze misteriose: nell'arco di sei anni crea alcuni dei capolavori massimi della storia dell'arte, che aprono il Rinascimento, poi arriva a Roma e muore. La notizia giunge a Firenze, ma il corpo lo segue solo l'anno successivo. Brunelleschi, suo amico e mentore, se ne duole moltissimo, ma il resto della città no: non c'è alcuna eco della sua morte e il corpo torna indietro inosservato, tanto che non sappiamo nemmeno dove sia sepolto".
Un silenzio sospetto?
"C'è quasi un'omertà su questa morte, che io denuncio: vorrei riaprire il caso, per ritrovare le ossa e, grazie all'esame del Dna, scoprire se sia stato avvelenato, come scrivono Baldinucci, Vasari e Billi".
Avvelenato in che senso?
"Gentile da Fabriano era morto a Roma nel 1427, l'anno prima di Masaccio, a causa del veleno nei colori: piombo e zinco erano altamente tossici. Una prima ipotesi è che sia accaduto lo stesso a Masaccio, l'altra è la gelosia: era un'epoca in cui il veleno finiva facilmente nel piatto o nel bicchiere di vino. Anche se lui non è un femminaro e non è neanche un Cellini, sempre pronto alla rissa, ma è giovane e suscita invidie. E poi in tre ipotizzano il veleno".
Nessuno si cura del caso?
"Il fratello, lo Scheggia, tenta di parlare dei suoi sospetti, ma non gli danno retta. La sua morte passa sotto silenzio, eppure lui non è uomo da silenzio: in sei anni realizza quanto Picasso in sessanta, è amico di Brunelleschi e di Donatello ed è molto apprezzato già all'epoca; non è uno sconosciuto, quindi perché il corpo resta un anno a Roma e poi a Firenze si getta da una parte, un figlio così illustre della città?"
Vasari lo definisce "astrattissimo": che significa?
"È un trarre fuori, qualcosa di totalmente mentale: significa una pittura che ragiona, razionale. Per me coglie un elemento concettuale della sua opera, il che a Vasari non fa neanche troppa simpatia, così come il personaggio Masaccio, poco curato di sé".
Che cos'è l'"arte nuova" di Masaccio?
"Probabilmente era al corrente dei segreti di Brunelleschi e della prospettiva, di quei calcoli matematici che, allora, erano ristretti a un cerchio magico: la Crocifissione è la traslazione perfetta in immagine di una formula matematica. Le sue basi diventano quelle della pittura del Rinascimento".
È un ruolo riconosciuto?
"Per Cellini, la Cappella Brancacci in Santa Maria del Carmine è stata la scuola del mondo. Tutti vanno lì, anche Michelangelo, che nei disegni copia i dipinti della Cappella: senza Masaccio non esisterebbero Michelangelo e la Cappella Sistina. Nessuno lo ha raccontato meglio di Roberto Longhi: i suoi Fatti di Masolino e di Masaccio sono un'opera sull'opera, un monumento poetico ed ermeneutico. E poi, nel Codice Atlantico, Leonardo definisce la sua l'opera perfetta, in quanto copia perfetta della natura, di cui ha i principi".
Perché ha scelto Masaccio?
"C'è un filo fra gli artisti che ho raccontato - Giotto, Cellini, Masaccio, il prossimo sarà Antonello da Messina - ed è quello dell'identità italiana, che è alla base costitutiva dell'identità occidentale. Non è relativa solo al vedere visivo ma anche a quello morale e ha reso l'Italia un faro del mondo".
Come si passa dal Rinascimento ai futuristi?
"La questione è ancora l'identità. Questo nostro Novecento è un secondo Rinascimento: Carrà, l'immenso De Chirico, Sironi, Boccioni sono di nuovo interpreti delle vette dell'arte nel mondo. Poi perdiamo la guerra e si impone un'altra regola del vedere le cose".
E i romanzi futuristi?
"Una deviazione che ho preso, a partire da un libro ricevuto in dono, l'originale di Sam Dunn è morto di Bruno Corra: da lì ho iniziato a leggere romanzi futuristi e mi sono reso conto che non sono futuristi bensì aprono già al surrealismo. Io voglio ragionare su cose su cui le persone non amano ragionare, come la revisione della cultura italiana degli anni Trenta. Era il 1991 e avevo 31 anni quando me ne sono occupato e ho messo al centro la figura di Bottai, che l'amico Giordano Bruno Guerri aveva già rivalutato sul piano storico: la legge sui beni culturali, la rivista Primato che ingloba l'intellighenzia pre di sinistra, a partire da Pasolini e Guttuso, la contrapposizione con Farinacci... Era un fascista di grande visione".
E che cos'è Masaccio rispetto al nostro Rinascimento?
"È la chiave che apre il portone: porta l'arte sul piano della conoscenza, con la dignità di lingua e scienza autonoma, ed essa si fa verità".