Un silenzio di tensione Poi esplode la gioia dei diecimila in piazza

Un silenzio di tensione Poi esplode la gioia dei diecimila in piazza

Ore 22 e 45 di sabato 9 giugno. Tredici mesi dopo finisce l'incubo. La Sampdoria torna nella massima serie. Serie A per farla breve. Con un gol di Pozzi all’ultimo respiro che scaccia anche i fantasmi. Se in campo a Varese i gavettoni non servono visto il nubifragio che ha accompagnato il match, e tutti i suoi protagonisti, a Genova esplode la festa. Si comincia da Piazzale Kennedy che riceve sempre più gente in attesa dell'arrivo del pullman con gli eroi. Quelli che hanno compiuto un'impresa. A fine gennaio erano 11 i punti di distacco dai play-off. La città per una notte si colora di blucerchiato. Non è mancato qualche tradizionale tuffo improvvisato nella fontana di Piazza De Ferrari. Clacson ed urla non lasciano dormire tranquilli gli abitanti delle zone limitrofe al centro ed alla Foce. Inevitabile - e come poteva non esserlo cominciano gli sfottò verso i cugini rossoblù. Il derby della Lanterna tornerà. Il coro «Chi non salta è un genoano» si leva sempre più forte. La festa continua, mentre l'alba si affaccia sulla città.
Una città che si è dovuta accontentare di vivere le emozioni a distanza. Se si fosse organizzata una catena umana si sarebbe partiti da Genova e si sarebbe arrivati fino a Varese. Viso tutti quelli che avrebbero voluto raggiungere la cittadina lombarda. Precisamente lo stadio Franco Ossola. Tifoso blucerchiato dopo tifoso blucerchiato. Ed invece sono stati solo 1111 i fortunati che si sono accaparrati i biglietti per assistere dal vivo la finale di ritorno dei play-off. Che comunque hanno «sentito» ugualmente le urla ed i cori che arrivavano dalla Superba. Sembra banale dirlo, ma non è cosi. La Gradinata Sud per una volta infatti non era sui soliti gradoni di Via Casata Centurioni. Era ammassata in un «freddo» piazzale cittadino. Legato però al Ferraris dal torrente Bisagno. A Marassi il rio si vede scorrere lentamente, sotto piazzale Kennedy sfocia in mare. Dove grazie alla collaborazione tra la Questura e la società di Corte Lambruschini è stato allestito un maxi schermo. Nel vero senso della parola con i suoi 40 metri quadri. Così migliaia di sostenitori doriani hanno gioito, tremato e sostenuto i loro beniamini come se potessero ascoltarli. Idealmente si è creata un atmosfera quasi magica.
La giornata è tipica genovese. I vecchi zeneisi avrebbero detto «tempo de macaia». Un caldo umido. Appiccicoso. Ma per rivedere la luce della Serie A, questo sembra essere un piccolo sacrificio. O almeno ben sopportabile. I chioschi che offrono bevande sono presi d'assalto. L'acqua è richiesta, ma è la birra a farla da padrona. Una piccola Oktobert Fest a Genova. Non mancano le bancarelle con sciarpe, berretti e bandiere. C'è pure la musica che cerca di allietare l'attesa. E probabilmente non ci riesce. Solo con le rime di Rino Gaetano si accende leggermente la piazza. Infatti si percepisce grande tensione. Solo una settimana fa la trasferta di Sassuolo aveva visto la Sampdoria vacillare, senza però cadere, sotto i colpi dei neroverdi. «Almeno a Modena siamo riusciti ad andare a tifare i nostri ragazzi dal vivo», dicono in coro parecchi tifosi.
In particolare Giorgio: «Ho provato a prendere i biglietti per Varese. Sono andato in pausa pranzo dal lavoro. Tutto inutile. Mi hanno detto che sono stati polverizzati. L'importante ora è solo non perdere e tornare in Serie A». Pensiero che accomuna tutti i supporter presenti. Ora le parole lasciano spazio ai cori. Alle bandiere. Ai fumogeni. Come una «setta» sono tutti con la maglia blucerchiata. Chi deciderà il match? Sara è sicura. Ha pure le unghie blucerchiate: «Sarà Pozzi». Diversa l'idea di Mario: «Per me è la serata di Obiang». Staremo a vedere. L'umido, che prima si faceva sentire, sembra essere scomparso. Lasciando spazio al vento che arriva dal mare. Lo sguardo ora è fisso verso il televisore gigante. La prima sorpresa arriva alla lettura delle formazioni. Non c'è Foggia né Juan Antonio. Titolare sarà il giovane Soriano. Michele, con i capelli brizzolati approva la scelta di mister Iachini: «Tanto ci basta il pareggio. Non avrebbe senso rischiare troppo come contro il Sassuolo». Preoccupato invece Piero, assai più giovane: «Così dimostriamo di aver paura del Varese. Non capisco». Le squadre entrano in campo. Sale l'adrenalina. La tensione. Come si vede da Marco Caroli, direttore commerciale marketing blucerchiato, e dagli altri uomini della società. C'è pure Samp Tv in diretta. Si comincia con l'Inno d'Italia e poi un minuto di silenzio per i terremotati. A Genova come a Varese tutti lo osservano con grande compostezza. Poi si comincia. Ma Piazzale Kennedy sembra quasi una chiesa durante una funzione. A parte qualche isolato colpo di tromba «giapponese» è il silenzio a farla da padrona. I primi timidi rumori si registrano al 13' con il dialogo Eder-Pozzi. Nulla di fatto però. Al 20' è il portiere Da Costa a guadagnarsi il boato dei diecimila tifosi blucerchiati. Che tre minuti dopo esultano non per il gol della Samp, ma per la traversa colpita da Neto Pereira. La tensione su piazzale Kennedy sembra salire invece di scemare. Solo quando Gastaldello e compagni alzano il baricentro sfiorando il vantaggio con Pozzi e Soriano i tifosi intonano un coro. Sembrano crederci quando la punizione di Renan sembra essere quella giusta. Si sentono tutti solo quando il telecronista annuncia che con il pareggio la Sampdoria sarebbe in Serie A. Immaginate i gesti e le parole che volano. Irripetibili. Così come quando per via del maltempo si interrompe il collegamento. Il primo tempo finisce 0-0. Il vento alza di intensità. Come la tensione.
Comincia la ripresa.

E la preoccupazione comincia quando Eder esce per un infortunio. Poi la partita si addormenta, ma i brividi nel finale non lasciano tranquilli. Alla fine ci pensa Pozzi a far esplodere piazzale Kennedy. La Samp è in A tra i fuochi d’artificio.

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