Alla fine, dopo la richiesta di dimissioni esternata dalla premier Giorgia Meloni ieri sera, il ministro del Turismo Daniela Santanchè ha lasciato l'incarico. E lo ha fatto con una lettera dal sapore amore.
"Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione. Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta. Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna. Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio", ha scritto Santanchè.
Che poi ha aggiunto: "Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei esssere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio. Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro che pure paga un prezzo alto. Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi. Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri. Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento".
Le vicende giudiziarie
Un processo per falso in bilancio, un'udienza preliminare per truffa all'Inps e 3 indagini per bancarotta che presto potrebbero concludersi. Sono i casi giudiziari che coinvolgono la ministra del Turismo, Daniela Santanchè, di cui la premier Giorgia Meloni ha chiesto pubblicamente e ottenuto le dimissioni dopo la sconfitta referendaria. La senatrice di Fratelli d'Italia è imputata davanti al Tribunale di Milano per i presunti conti truccati delle società della galassia Visibilia (Visibilia Editore spa, Visibilia Editrice srl e Visibilia srl) fra 2016 e 2022 assieme ad altri 15 fra manager e sindaci delle aziende. La prossima udienza è prevista per il 14 aprile per il controesame di di Nicola Pecchiari, il commercialista e docente della Bocconi consulente tecnico dei pubblici ministeri Luigi Luzi e Marina Gravina con l'aggiunto Roberto Pellicano nel fascicolo nato da un'azione civile intentata dai piccoli soci di Editore spa, costituiti parte civile e che chiedono il risarcimento danni per aver visto crollare il valore della propria partecipazione azionaria.
La sentenza dovrebbe arrivare sicuramente entro la fine della legislatura. A livello mediatico il procedimento che più ha intaccato l'esponente di Fratelli d'Italia è quello per truffa aggravata ai danni dello Stato. Santanchè, il compagno Dimitri Kunz e il manager Paolo Concordia sono accusati per i 126.468,60 euro versati dall'Inps fra 2020 e 2022 a 13 lavoratori di Visibilia Editore spa e Visibilia Concessionaria srl per 20.117 ore di cassa integrazione Covid, in piena pandemia, mentre in realtà i lavoratori avrebbero "continuato a svolgere le proprie mansioni secondo i contratti in corso" e in "smart working".
L'udienza preliminare è in corso da oltre un anno ed è 'congelatà da settembre 2025 in attesa che la Corte Costituzionale decida se la Procura di Milano ha o meno ecceduto dai suoi poteri nel farsi consegnare audio, chat e mail, non intercettate ma registrate da ex dipendenti delle società Visibilia e in cui Santanchè compare direttamente o come mittente/destinatario (anche in copia) delle comunicazioni. Il conflitto di attribuzioni lo ha sollevato con la Procura di Milano il Senato.
Al centro della decisione della Consulta c'è l'oggetto del contendere fra politica e magistratura sin dalla sentenza 'Open-Renzì nel 2023. Quelle prove acquisite dai pm sono "documenti", quindi utilizzabili dalla pubblica accusa in un processo a carico di un parlamentare, oppure sono "corrispondenza", equiparabile a "intercettazioni", completamente nulla in assenza di "autorizzazione" della camera di appartenenza, come prescritto dalla Corte estendendo il perimetro dell'articolo 68 della Costituzione sulle garanzie dei membri di Montecitorio e Palazzo Madama. Nel caso di Santanchè si tratta in particolare di "conversazioni ambientali registrate", fra 2019 e 2022 da Eugenio Moschini, ex dipendente della rivista Pc Professionale edita da Visibilia, consegnate alla guardia di finanza sentito come testimone l'8 novembre 2023 e di mail e chat WhatsApp e Telegram, acquisite durante le indagini sia attraverso la testimonianza dell'ex lavoratrice del Gruppo, Federica Bottiglione, sia attraverso la trasmissione da parte della Consob ai militari delle fiamme gialle. I pm hanno chiesto di processarla anche senza quelle registrazioni e quelle mail. Il terzo e ultimo filone riguarda i fallimenti delle società del gruppo del bio-food Bioera-Ki Group: la ministra del Turismo è indagata con l'ipotesi di bancarotta per il crac di Bioera e per quello della Ki Group srl per la quale è stato accertato un "passivo esposto in ambito concordatario" da 8.625.912,96 euro. Fascicolo in cui sono indagati anche l'ex compagno Giovanni Canio Mazzaro, Michele Mazzaro, Antonino Schemoz, Stefano Crespi e Filippo Rolando.
I magistrati sono ancora in attesa invece delle carte del liquidatore relative al Ki Group Holding, l'ultima azienda del Gruppo dichiarata fallita per lo "stato di insolvenza" e gravata da oltre 1,4 milioni di debiti.
Relazione che dovrebbe essere depositata dal curatore fallimentare entro al massimo uno o due mesi. Al termine dei quali la Procura dovrebbe riunire i fallimenti in un unico maxi fascicolo per chiudere le indagini prima dell'eventuale richiesta di rinvio a giudizio.