“Militarizzazione dell’Università. Quindi non si fa”. Con questa motivazione è stato rifiutato l’avvio di un corso di laurea in Filosofia per giovani ufficiali all’Università di Bologna. A riferirlo è stato il capo di Stato Maggiore dell’esercito, generale Carmine Masiello, spiegando di voler avviare un corso per “creare un pensiero laterale all’interno dell’esercito, per dare la possibilità di pensare in maniera differente e per uscire dallo stereotipo del Marmittone o dalla sindrome della caserma”. Il generale ha dichiarato di non voler sindacare le scelte che non gli competono però, ha aggiunto, “rappresento come un’istituzione come l’Esercito non sia stata ammessa in un’università. Questo è sintomatico dei tempi in cui viviamo e di quanta strada ci sia da percorrere, affinché la nostra opinione pubblica, in generale, e i giovani, in particolare, capiscano quale sia la funzione delle forze armate nel mondo di oggi”.
Anche il ministro Guido Crosetto ha criticato la scelta dell’Alma Mater di non permettere l’apertura del corso: “I professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) `militarizzazione´ della loro università, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario”.
Anche il ministro Anna Maria Bernini ha detto di “condividere la delusione del generale” per quanto accaduto e ha telefonato al rettore pur rispettando la procedura. Perché, ha detto, “Non è soltanto una scelta discutibile, ma una rinuncia alla propria missione formativa – le parole della ministra –. Un dipartimento che teme la “militarizzazione” davanti a un percorso di studi rischia di compromettere la funzione stessa del sapere: aprire, non chiudere; includere, non escludere.
Non esiste libertà senza sicurezza e non può esserci sicurezza senza una Difesa preparata e capace di leggere la complessità del nostro tempo. Una società che diffida dei propri servitori in uniforme dovrebbe interrogarsi sulle proprie fragilità, non sul ruolo delle forze armate”.