La scrittrice statunitense Helen DeWitt, un esordio tardivo nel mondo della letteratura con il romanzo L'ultimo samurai (in Italia per i tipi di Einaudi) ha dato forfait dopo essere stata selezionata come una degli otto vincitori del premio letterario Windham-Campbell 2026. La notizia non avrebbe fatto il giro del mondo se il Windham-Campbell non avesse il mirabolante valore di 175mila dollari. Non proprio bruscolini se si pensa che per l'italico Premio Strega al vincitore vanno 5mila euro, ovvero 30 volte di meno. E la questione non avrebbe fatto il giro del mondo se la DeWitt non l'avesse trasformata, sui social, in una sorta di psicodramma. Ma perché ha rifiutato, questa scrittrice sessantanovenne, famosa per aver iniziato decine e decine di romanzi e averne finiti due, per costante crisi nervosa? Nel suo blog e in una serie di post su X, la DeWitt ha spiegato di essere stata informata della vittoria a febbraio, ma che l'assegnazione del premio era "subordinata a un'ampia attività promozionale", che includeva la partecipazione a un festival, un podcast e una sessione di riprese di sei-otto ore per un video di lancio. Ma in quel momento la scrittrice si sentiva "vicina a un crollo nervoso" a causa di una serie di difficoltà professionali e personali. "Se stai cercando di non crollare, ci sono cose che non puoi fare; è difficile far sì che le persone lo accettino". Ora non si può mai scherzare sui crolli nervosi degli altri - una volta ho avuto un crollo nervoso per noleggiare una macchina a Creta - però, ecco, i motivi che avrebbero provocato il crollo nervoso della DeWitt un po' possono far riflettere. DeWitt ha spiegato che stando ad Amsterdam ospitata a casa di una lettrice, una casa senza wi-fi, l'idea di fare una videopromozione proprio l'ha distrutta. Non parliamo poi andare a Yale il prossimo settembre. Tutte cose, ha precisato, che per lei erano troppo, ma non solo per lei: "Mi vengono in mente molti scrittori (Pynchon, McCarthy, Salinger) per cui queste condizioni non avrebbero funzionato". Ecco però siamo sinceri, difficilmente Salinger, Pynchon o McCarthy avrebbero trasformato la questione in un tormentone social, il wi-fi per fare questo evidentemente era più facile da trovare. La nostra si è rivolta anche al presidente del premio: "Se la struttura del premio esclude le persone che non sono in grado di fare tutte le cose extra che si desiderano, ciò non sembra affatto in linea con lo spirito di ciò che intendevano i suoi generosi fondatori". Il presidente Kelleher le ha semplicemente risposto: "I premi Windham-Campbell sono riconoscimenti che cambiano la vita, radicati nella celebrazione pubblica e comunitaria degli scrittori". Insomma un bagno di realtà, visto che c'è chi lavora 8 ore al giorno, prendendosi anche gli psicofarmaci che servono per tenere duro, per altre cifre. Sia detto con tutto il rispetto per il disagio. Però spezziamo una lancia per gli scrittori italiani.
Siamo abbastanza sicuri che per 175mila dollari quasi tutti avrebbero registrato la qualunque. Da noi le nevrosi si mettono nel romanzo, per vendere, non nei premi, quelli si ritirano sempre. Si beve l'amaro (Strega) calice...