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La "grande" politica del proclama

Gli stessi che citavano a memoria Erri De Luca ora fingono di non averlo letto

La "grande" politica del proclama
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Bisogna riconoscerlo: la sinistra ha trovato la sua strada. Dopo un secolo passato a discutere di egemonia e lotta di classe, ha scoperto che la politica è una cosa semplice, alla portata di chiunque abbia un palco: fare, oppure non fare, un proclama. Tutto qui. Niente partito, niente idea. Basta una bandiera sventolata tra due canzoni e il mondo si divide tra i giusti e gli ignavi. Francesco De Gregori confessa un filo d'imbarazzo davanti ai colleghi che pontificano su Gaza, e la confessione diventa un fatto geopolitico: editoriali indignati e colleghi che lo richiamano all'ordine. Come se dall'imbarazzo di un cantante dipendessero le sorti del Medio Oriente. È la militanza più comoda mai inventata. Non costa nulla (una didascalia su Instagram) e non cambia niente, però la sua assenza viene vissuta come tradimento. Puoi pure piangere le vittime civili, ma se ti rifiuti di tifare, resti sospetto. Vasco Rossi lo sa: porta in tour la bandiera della pace ma si guarda dal trasformare il concerto in comizio, e tanto basta a non essere del tutto affidabile. Poi c'è chi il proclama lo ha fatto sul serio, ma dalla parte sbagliata. Erri De Luca, già militante di Lotta Continua, scrittore amatissimo, si è detto sionista e ha negato il genocidio a Gaza. Risultato: di colpo nessuno ha mai avuto un suo libro in casa. Gli stessi che lo citavano a memoria ora fingono di non averlo letto. Si vede che l'autonomia dell'artista è sacra finché dice la cosa "giusta". Il bello è che chiamano tutto questo "impegno". Impegno a dichiararsi, non a fare.

Walt Whitman diceva "contengo moltitudini": ed è proprio quello il guaio, perché la parte giusta ammette una sola parola, quella autorizzata dal politicamente corretto. Verrebbe da rispondere con un proclama, ma sarebbe troppo politico.

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