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“Colpita l’isola di Kharg”: ecco perché Trump punta sull’opzione nucleare

Dalla strategica isola del Golfo Persico il regime di Teheran gestisce il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane

“Colpita l’isola di Kharg”: ecco perché Trump punta sull’opzione nucleare
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Nuova escalation nella guerra in Iran. Donald Trump ha annunciato nella notte italiana che l’esercito Usa ha condotto “uno dei bombardamenti più potenti nella storia del Medio Oriente” su obiettivi militari sull’isola di Kharg, la principale infrastruttura petrolifera iraniana collocata nell’area settentrionale del Golfo Persico. Un funzionario del Pentagono ha dichiarato alla Cnn che gli attacchi sono stati su “vasta scala” e diretti contro depositi di mine navali, bunker per lo stoccaggio di missili e altre infrastrutture militari. Le infrastrutture petrolifere, come indicato dallo stesso presidente americano, non sarebbero state prese di mira dai raid ma il tycoon ha minacciato di tornare sui suoi passi qualora Teheran non dovesse riaprire lo Stretto di Hormuz.

La “perla orfana” del Golfo Persico. Così il celebre scrittore iraniano Jalal Al-Ahmad definiva l’isola di Kharg, oggi più prosaicamente nota come l’”isola proibita” a causa degli stretti controlli militari. Kharg, la cui superficie è pari ad appena un terzo di Manhattan, è il cuore del sistema energetico iraniano. Gli impianti di stoccaggio e gli oleodotti collocati sull’isola la collegano ad alcuni dei maggiori giacimenti petroliferi del Paese mediorientale, tra cui Ahvaz, Marun e Gachsaran, e il New York Times calcola che, prima dello scoppio della guerra, da qui veniva gestito il 90% circa delle esportazioni di greggio dell’Iran.

Su tale isola, destinazione dei prigionieri politici ai tempi dello Scià, sono collocati tre siti infrastrutturali energetici, incluso quello della Falat Iran Oil Company, considerato il più grande della Repubblica Islamica. Le acque profonde che circondano la Perla del Golfo offrono lo spazio necessario per l’attracco delle grandi petroliere. Il principale destinatario delle esportazioni di greggio, anche dopo lo scoppio del conflitto, è la Cina. Il Wall Street Journal riporta che questa settimana ben tre navi cinesi hanno effettuato operazioni di carico a Kharg.

Interrompere il funzionamento di un tale nodo strategico, sviluppato a partire dal 1958, significherebbe danneggiare non solo Teheran ma anche l’intero mercato energetico globale. Non è un caso che i raid americani e israeliani nel contesto dell’operazione Epic Fury abbiano risparmiato, sino ad ora, il gioiello della corona iraniana. Stando a quanto riportato da Reuters, al momento a Kharg sarebbero stoccati 18 milioni di barili di greggio con una capacità massima di stoccaggio di 30 milioni di barili. Numeri che rendono evidente come distruggere le infrastrutture petrolifere qui presenti avrebbe conseguenze persino sulle possibilità di ripresa di un Iran post-regime.

A spingere Trump a giocare l’”opzione nucleare” sono i primi pesanti effetti negativi sull’economia provocati dal blocco dello Stretto di Hormuz proclamato dal regime degli ayatollah. Una mossa, quest’ultima, che il capo di Stato maggiore congiunto Usa Dan Caine aveva ipotizzato nei briefing prima dell’inizio della guerra e che però, riferisce il Wall Street Journal, The Donald aveva sminuito. E nella fase attuale, avvertono gli esperti, Washington rischia di vincere sul piano militare ma di perdere comunque la guerra.

L’Iran avrebbe intanto già avvertito gli Stati del Golfo che l’attacco di Kharg rappresenterebbe il superamento di una linea rossa e che il regime risponderebbe colpendo le loro infrastrutture energetiche. Di tutta risposta i Paesi arabi, scrive il Wall Street Journal, nei giorni scorsi avrebbero cercato di fare pressione su Washington per impedire iniziative militari contro l’isola iraniana. La Casa Bianca avrebbe indicato agli alleati che avrebbe evitato di colpire le infrastrutture energetiche e che avrebbe chiesto ad Israele di fare lo stesso. Una presa di posizione confermata, almeno in parte, dagli ultimi raid americani.

“Si è passati da una semplice eliminazione dell’esercito e del regime al tentativo, potenzialmente, di distruggere la linfa vitale dell’economia” dell’Iran”, afferma alla Cnn l’ex generale americano Mark Kimmitt. Il generale spiega che l’invio di circa 2500 Marines nella regione, la cui notizia è stata diffusa ieri, potrebbe essere legato ad una possibile occupazione dell’isola di Kharg. Difficile prevedere l’evoluzione dell’escalation in Medio Oriente.

Tra gli scenari peggiori ci si attende che il regime di Teheran, dopo aver già colpito serbatoi di stoccaggio petroliferi in Oman e Bahrein, oltre a petroliere e navi mercantili nel Golfo Persico, dia seguito alle sue minacce contro i vicini. L’exit strategy di Trump dall’Iran riportata da diversi commentatori nelle scorse ore appare adesso più lontana che mai.

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