Se una pistola compare in una scena, diceva Cechov, quella prima o poi è destinata a sparare. La massima dello scrittore russo spiega meglio di tante analisi l’evoluzione della nuova crisi mediorientale che vede Stati Uniti e Israele agire militarmente, a meno di un anno di distanza dal precedente confronto e forse in maniera definitiva, contro l’Iran.
Anche questa volta, come successo ad inizio gennaio in occasione della cattura del dittatore venezuelano Nicolás Maduro, la pistola di Cechov brandita da Donald Trump è stato un imponente dispositivo bellico, definito “un’armada” dal tycoon, che in Medio Oriente ha come unico precedente quello messo in piedi dall’amministrazione di George W. Bush alla vigilia del conflitto in Iraq del 2003.
Ma come si è arrivati sin qui?
Per diversi osservatori, la nuova operazione americana e israeliana era ormai inevitabile. La guerra dei 12 giorni che nel giugno dello scorso anno aveva portato Tel Aviv e poi Washington a colpire obiettivi politici, militari e, soprattutto, i siti nucleari del regime degli ayatollah non si era dimostrata risolutiva. Il presidente Trump ha più volte affermato che il programma atomico della Repubblica islamica era stato annichilito ma nei mesi successivi la pressione per nuovi interventi Usa è andata crescendo, alimentata dalla registrazione di movimenti sospetti in alcuni siti nucleari in Iran e dalla preoccupazioni per il programma missilistico di Teheran.
Ad accelerare la resa dei conti, le proteste sociali in Iran divampate a fine dicembre soffocate dal regime nei primi giorni di gennaio. “Gli aiuti sono in arrivo”, ha annunciato sin da subito il capo della Casa Bianca mentre i media aggiornavano il bilancio delle vittime della repressione che, secondo diverse stime, potrebbe aver raggiunto le circa 30mila vittime. Dopo le dichiarazioni di Trump a favore dei manifestanti iraniani, considerate dagli analisti una “linea rossa” su cui si gioca la credibilità dell’amministrazione americana, gli attacchi americani sono stati posticipati per garantire il rafforzamento in Medio Oriente della presenza militare Usa.
In contemporanea all’arrivo nella regione di rinforzi aerei e navali - due le portaerei che stazionano attualmente nell’area - il leader statunitense ha aperto la porta ai negoziati con Teheran, affidati all’inviato speciale Steve Witkoff e a suo genero Jared Kushner. “L’Iran vuole parlare e noi parleremo”, aveva commentato sibillino Trump durante i lavori del World Economic Forum di Davos. Intanto le indiscrezioni dei media riportavano il susseguirsi di incontri alla Casa Bianca sui piani di azione contro la Repubblica Islamica che potrebbero durare per settimane.
Le minacce pronunciate dall’amministrazione repubblicana alla vigilia dei nuovi raid avevano reso evidente che per Washington la strada diplomatica si era ormai esaurita.
Adesso l’esistenza del regime potrebbe essere messa in discussione come mai successo prima. Lo confermano le parole con cui Trump ha confermato l’inizio dei nuovi raid rivolgendosi al popolo iraniano affermando che “l’ora della vostra libertà è vicina”.