Perché condurre esercitazioni militari per prepararti ad un possibile futuro scontro con la più grande superpotenza mondiale se puoi invece vederla all’opera in tempo reale contro uno dei suoi maggiori avversari e studiarne così ogni singola mossa senza muovere un singolo caccia o carro armato? Deve essere questa la considerazione raggiunta dai nemici dell’America, nei palazzi di Pechino, Mosca e Pyongyang, sin da quando, il 28 febbraio scorso, Washington ha lanciato l’operazione Epic Fury in Iran. Il conflitto in Medio Oriente, entrato nelle ultime settimane in una fragile fase di cessate il fuoco, si starebbe infatti configurando per i vari Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong Un come la più preziosa delle dimostrazioni delle capacità militari, e delle debolezze, degli Stati Uniti.
Come sottolinea un’analisi pubblicata dal Wall Street Journal, nello specifico, non è sfuggito a Cina, Russia e Corea del Nord l’impiego da parte degli americani di nuove armi, tra cui i missili di precisione PrSM, i droni Lucas e gli attacchi aerei fulminei coadiuvati dall’intelligenza artificiale. Il Central Command utilizzerebbe già da tempo le ultime tecnologie offerte da Claude, l’IA di Anthropic (società con la quale, peraltro, il dipartimento della Difesa Usa ha rapporti a dir poco burrascosi), per compiere valutazioni di intelligence, identificazione di obiettivi e simulazione di scenari di battaglia. Allo stesso tempo i nemici di Washington hanno preso nota della rapidità con cui il Pentagono ha esaurito munizioni fondamentali quali le scorte di missili Tomahawk e gli intercettori Patriot.
Non è passata inosservato altresì la strategia messa in campo da Teheran contro i vicini Paesi del Golfo, divenuti obiettivo di missili e, soprattutto, droni a basso costo. Una scelta che, scrive il Wall Street Journal, se messa in campo dalla Cina in caso di un conflitto per Taiwan potrebbe permettere a Pechino di ottenere un vantaggio nei confronti di Taipei (e dei suoi protettori americani). Tale valutazione trova conferma nelle parole dell’ammiraglio Samuel Paparo, comandante delle truppe americane nel Pacifico, il quale ha dichiarato al Congresso di ritenete che Pechino “abbia compreso il potenziale delle munizioni di piccole dimensioni ed economiche”.
I cinesi, spiegano gli analisti, avrebbero fornito componenti per le armi iraniane o “ispirato”, tramite l’ingegneria inversa, la produzione degli armamenti di Teheran e a Zhongnanhai sarebbero adesso desiderosi di accedere ai dati operativi del regime degli ayatollah o, più semplicemente, di comprendere come l’Iran sia riuscita a colpire le basi militari statunitensi nella regione del Golfo. Il contesto iraniano, afferma l’esperta di Cina Nadia Helmy, “funge da laboratorio vivente per testare l’efficacia e l’efficienza della tecnologia e dei dati cinesi contro le armi occidentali e americane più avanzate”.
Anche tra i russi l’analisi della guerra in Iran si starebbe dimostrando decisamente utile. Per Mosca, alle prese con l’Ucraina e i suoi armamenti forniti in gran parte dagli Stati Uniti, studiare le performance delle munizioni Usa (e la loro rapida diminuzione) contro Teheran è un esercizio di indiscutibile valore non solo per le ostilità in corso dal 2022 contro Kiev ma anche in vista di un possibile futuro conflitto contro i Paesi Nato in Europa.
Non meno importanti le valutazioni sulla “lezione iraniana” che in queste ore circolano a Pyongyang. La Corea del Nord avrebbe infatti trovato conferma del fatto che il possesso delle armi nucleari - un obiettivo negato da Teheran ma di fatto sottinteso nei suoi traguardi nel campo dell’arricchimento dell’uranio - sia in grado di scoraggiare interventi militari esterni. Una sorta di assicurazione contro eventuali operazioni di regime change, come quella tentata da americani e israeliani, e che, a seguito del rafforzamento dell’ala oltranzista dei pasdaran, il Pentagono ha dovuto ridimensionare.
In un discorso pronunciato a marzo, Kim Jong Un ha affermato che “la situazione attuale dimostra chiaramente quanto giuste fossero le opzioni e le decisioni strategiche del nostro Stato nel respingere le lusinghe del nemico e nel preservare” il possesso delle armi nucleari.