Con la morte di Ali Khamenei si apre una fase di incertezza per l'Iran. Durerà fino a quando non si capirà chi prenderà le redini del Paese privato della sua Guida Suprema. Ma, appunto, chi sta comandando adesso nella Repubblica Islamica? L'uccisione di Khamenei non significa necessariamente una rapida fine della teocrazia iraniana. Al momento non abbiamo indizi in merito a suoi eventuali successori. Ci sono però varie ipotesi da prendere in considerazione, a partire dall'avvertimento lanciato dalla Cia statunitense: a finire sotto la luce dei riflettori potrebbe essere una figura ancora più radicale di Khamenei.
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L'obiettivo del governo iraniano è uno: resistere in attesa che emerga una nuova figura apicale in grado di guidare il Paese nel bel mezzo di una tempesta. In linea teorica la nomina della nuova Guida Suprema, che ha nelle sue mani il vero potere, avviene attraverso una nomina del'Assemblea degli Esperti, organo composto da membri previamente approvati dal Consiglio dei Guardiani. Il prescelto dovrebbe essere una figura appartenente al clero sciita e rispondere ad alcuni requisiti costituzionali (sesso maschile, un religioso dotato di competenza politica, autorità morale e lealtà alla Repubblica Islamica).
Le indiscrezioni parlano del figlio del leader supremo, Mojtaba Khamenei, come suo possibile successore. Mojtaba viene descritto come una figura piuttosto oscura, con un'influenza dietro le quinte, e che avrebbe un ruolo importante nella gestione del patrimonio del padre.
Khamenei avrebbe comunque selezionato tre candidati – non resi pubblici - che avrebbero potuto prendere il suo posto durante la guerra dei 12 giorni dello scorso giugno. I profili più caldi comprendono quelli dell'hojatoleslam Moshsen Qomi, vicino a Khamenei e considerato in grado di garantire stabilità, dell'ayatollah Alireza Arafi, figura influente nella gerarchia religiosa e di grande peso nel settore delle scuole coraniche. Arafi, segnale da non sottovalutare, è stato eletto membro del Consiglio direttivo ad interim dell’Iran.
La lista include poi altri tre ayatollah: Mohsen Araki, membro dell’Assemblea con un curriculum significativo; Hussein Ejei, capo del dipartimento giudiziario con una lunga esperienza, e Hashem Bushehri, guida della preghiera nella città santa di Qom.
Le altre ipotesi
Non è però detto che il potere resterà nel mondo religioso. Tra le altre ipotesi sul tavolo troviamo quella della dirigenza collettiva nonché di una fantomatica designazione che possa consentire ai pasdaran di agire da dietro le quinte. In assenza di una chiara transizione di ruoli, la forza militare d'élite dell'Iran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, potrebbe anche assumere la leadership.
In un simile scenario, allora, tra i nomi più papabili troviamo Ali Larijani, ex dirigente dei Guardiani della Rivoluzione e attuale presidente del Consiglio di Sicurezza Nazionale. Considerato l'uomo della repressione e dei contatti strategici all'estero, Larijani è noto per la sua capacità di gestire gli affari più delicati dello Stato.
Attenzione poi a Mohammed Ghalibaf, un passato attivissimo nei ranghi dei Pasdaran, già capo della polizia e in seguito presidente del Parlamento. Ghalibaf è considerato un fedelissimo di Khamenei e ha collaborato a lungo con Qassem Soleimani, il defunto generale a capo della Divisione Qods, responsabile della coordinazione delle milizie sciite in Medio Oriente.
L'incertezza sulla successione potrebbe infine creare un'opportunità per gli oppositori del regime. Nei commenti video che annunciavano gli attacchi statunitensi in Iran, Donald Trump ha esortato i cittadini iraniani a cogliere l'attimo.
"Quando avremo finito, prendete il controllo del vostro governo. Sarà vostro. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni", ha dichiarato il presidente statunitense. Ipotesi molto remota e complessa, almeno per adesso.