Accelerano le trattative per la fine del conflitto in Ucraina che, secondo la tabella di marcia Usa rivelata ieri dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky, dovrebbe concretizzarsi entro il mese di giugno. Previsto, intanto, dopo quelli ad Abu Dhabi, un nuovo round di colloqui la prossima settimana negli Stati Uniti. Sui negoziati, oltre alla dolorosa questione delle concessioni territoriali, aleggia il tema delle garanzie di sicurezza che dovranno entrare in vigore in caso di violazioni dell’armistizio da parte di Mosca.
Questa settimana il Financial Times ha pubblicato una bozza di intesa sullo spinoso dossier in base al quale, entro 72 ore da un nuovo attacco russo, scatterebbe l’intervento occidentale, incluso (va specificato) quello americano. Kiev, riporta Politico, teme però di non poter contare sulle garanzie di sicurezza dei suoi alleati e si prepara a trasformarsi in un “porcospino d’acciaio” per allontanare lo scenario di un nuovo attacco da parte di Mosca dopo la conclusione della guerra.
Ad incoraggiare l’Ucraina a proseguire su questa strada - che non escluderebbe comunque l’ipotesi di un sostegno occidentale - è stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, la quale ha invitato Kiev a trasformare il Paese “in un porcospino d’acciaio indigesto per gli aggressori presenti e futuri”. Tradotta in termini concreti, la strategia ucraina comporta il mettere in piedi un esercito permanente e massiccio, ingenti investimenti in tecnologie per droni e missili e una produzione nazionale di armi.
A che punto sia Kiev, lo spiega Alyona Getmanchuk, capo della missione ucraina presso la Nato, che dichiara come il suo Paese abbia “riconsiderato radicalmente il significato delle garanzie di sicurezza e su cosa dovrebbero basarsi”. “In precedenza”, ha proseguito Getmanchuk, “la visione era incentrata principalmente sugli impegni di protezioni forniti dai partner. Oggi, tuttavia, è chiaro che il fulcro di qualsiasi garanzia di sicurezza deve essere l’esercito ucraino e le sue industrie della difesa”.
All’interno della squadra di Zelensky non c’è solo il timore per i bruschi cambiamenti di politica di Donald Trump ma anche il ricordo delle promesse fatte da Stati Uniti e Regno Unito quando l’Ucraina rinunciò nel 1994 al suo arsenale nucleare. Il piano B dell’Ucraina, sottolinea Politico, è quello dunque di fare affidamento su sé stessa.
Come accennato, tra i principali deterrenti per eventuali nuove minacce del Cremlino c’è il ruolo di un grande e forte esercito nazionale. Nei colloqui in corso, Zelensky insiste sul voler mantenere un esercito di 800mila soldati anche in tempo di pace. Per raggiungere tale obiettivo gli esperti fanno notare che l’Ucraina dovrà migliorare l’addestramento militare a tutti i livelli e trasformare la sua struttura organizzativa e di personale.
Altro elemento chiave è rappresentato dai droni. Kiev sostiene che Mosca stia perdendo circa 35mila uomini al mese a causa dei velivoli senza pilota ucraini e nel 2025 il ministero della Difesa ucraina ha stipulato contratti per 4,5 milioni di droni. Inoltre, l’Ucraina sta sviluppando i propri missili che, nel migliore degli scenari, potrebbero arrivare a minacciare le raffinerie, le infrastrutture e gli obiettivi militari della Russia con attacchi devastanti in caso di un nuovo assalto di Mosca.
Vista da Kiev, la discussione sulle garanzie di sicurezza e il possibile schieramento sul campo di una “coalizione dei volenterosi” sarebbe complementare al rafforzamento dell’esercito ucraino e più in generale del suo sistema militare.
Certamente devono esserne consapevoli anche a Mosca, considerando che proprio il ridimensionamento dell’esercito di Kiev è uno dei punti su cui il Cremlino sta battendo di più nei colloqui. Ad avere l’ultima parola sarà probabilmente il presidente americano che, forse nel test più difficile per la sua amministrazione, sarà chiamato a decidere se appoggiare la Russia o i partner occidentali.