La guerra in Iran e le tensioni nello Stretto di Hormuz rischiano di provocare uno shock energetico globale. Il prezzo del petrolio è finito sotto i riflettori e i Paesi che più rischiano di fare i conti con gravi conseguenze sono quelli asiatici. Per molti governi del continente, fortemente dipendenti dalle importazioni di greggio dal Medio Oriente, il rischio coincide infatti con una crisi alimentata da inflazione, rallentamento economico e conti pubblici in disordine. Gli Stati della regione hanno quindi iniziato a correre ai ripari varando misure d’emergenza per limitare i consumi e contenere l’impatto sui cittadini e sulle imprese. Si va dalla riduzione della settimana lavorativa ai tetti ai prezzi dei carburanti, fino alla liberazione delle riserve strategiche.
Cina
Il governo cinese ha accumulato enormi scorte strategiche di petrolio e ha aumentato significativamente gli stock negli ultimi anni per poter smorzare eventuali shock improvvisi dei flussi. In un simile scenario, Pechino ha anche aumentato le importazioni di petrolio dalla Russia, soprattutto via oleodotti che non passano per Hormuz, e ha spinto sull’uso di fonti domestiche e alternative (come carbone, gas e rinnovabili) per ridurre il peso del greggio importato.
Giappone
Tokyo si sta preparando al Worst Case Scenario: un’interruzione delle forniture dal Medio Oriente. Non succederà probabilmente niente di simile, ma il governo ha intanto ordinato di predisporre il possibile rilascio delle riserve strategiche di petrolio. Monitorate poi sia le scorte delle raffinerie che il traffico delle petroliere. Ricordiamo che il Giappone importa oltre il 90% del greggio dal Medio Oriente e gran parte della preziosa risorsa passa proprio attraverso lo Stretto di Hormuz. Come riporta Nikkei Asia, il Paese dispone di scorte pubbliche e private sufficienti a coprire circa 254 giorni di domanda interna ma intende essere pronto ad agire rapidamente se la crisi dovesse prolungarsi.
Corea del Sud
Seoul ha scelto una strada diversa: proteggere direttamente i consumatori. Il presidente Lee Jae Myung ha annunciato l’introduzione di un tetto ai prezzi dei carburanti per limitare l’impatto dell’aumento dei costi energetici su famiglie e imprese. Il governo ha inoltre lasciato aperta la possibilità di espandere il fondo di stabilizzazione economica da 100 trilioni di won e sta valutando rotte alternative per le importazioni di petrolio che evitino il passaggio nello Stretto di Hormuz, da cui proviene gran parte dell’energia del paese.
Filippine
A Manila la risposta è ancora più drastica. Il governo ha introdotto per i dipendenti pubblici una settimana lavorativa di quattro giorni, con l’obiettivo di ridurre i consumi energetici tra il 10% e il 20%. Le riunioni in presenza verranno ridotte, mentre negli uffici l’aria condizionata dovrà essere mantenuta a 24 gradi. Il provvedimento nasce dalla forte dipendenza energetica del Paese: quasi tutto il petrolio viene importato e circa il 96% arriva dal Medio Oriente.
Vietnam
Hanoi punta a ridurre i costi per imprese e cittadini. Il ministero delle Finanze ha proposto di eliminare temporaneamente i dazi sui carburanti importati per stabilizzare il mercato interno. Parallelamente il ministero del Commercio ha invitato aziende e uffici a favorire il lavoro da remoto per limitare i consumi di carburante. Secondo quanto riportato da Reuters, l’impatto sul Vietnam è già pesante: dalla fine di febbraio i prezzi della benzina sono saliti del 32%, quelli del diesel del 56% e del cherosene dell’80%.
Indonesia
Jakarta per ora mantiene la linea della prudenza. Il governo ha deciso di non aumentare immediatamente i prezzi dei carburanti né di modificare i sussidi energetici. Le autorità spiegano che le riserve finanziarie sono ancora sufficienti, ma se la crisi dovesse prolungarsi potrebbero essere necessari aggiustamenti fiscali.
Malesia
Kuala Lumpur si trova in una posizione leggermente più favorevole rispetto ad altri Paesi asiatici.
Essendo esportatrice netta di energia, l’aumento dei prezzi del petrolio può generare entrate aggiuntive per la Malesia. Tuttavia gli analisti avvertono che mantenere i carburanti sovvenzionati ai prezzi attuali potrebbe comportare un costo fiscale significativo se la crisi dovesse durare a lungo.