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Venti Paesi coinvolti, choc economico e corsa alle armi: così la guerra in Iran è diventata globale

Il conflitto tra Iran, Usa e Israele allarga i suoi effetti ben oltre il Medio Oriente: almeno 20 Paesi coinvolti, nuove tensioni geopolitiche e pesanti ricadute economiche globali

Venti Paesi coinvolti, choc economico e corsa alle armi: così la guerra in Iran è diventata globale

Il conflitto in Iran entra nel suo dodicesimo giorno. La guerra, scoppiata il 28 febbraio con l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, eguaglia per durata il conflitto di un anno fa che vide impegnate Tel Aviv e Teheran. La grande differenza è che il nuovo scontro ha portato il mondo su un terreno inesplorato. Ovviamente non si tratta di una nuova guerra mondiale, ma è evidente che la guerra in Iran sta diventando globale: lo è nei numeri dei Paesi coinvolti, nei suoi effetti economici e soprattutto nelle sue conseguenze.

Oltre 20 Paesi coinvolti

Se quella di giugno 2025 era stata quasi una scaramuccia a distanza che aveva interessato due belligeranti e poco più, oggi non è più così. Almeno 20 Paesi sono finiti in questo conflitto, ovviamente con gradi diversi di intensità. Oltre ai belligeranti – Usa, Israele e Iran – ci sono quelli che hanno subito le conseguenze più immediate: è il caso dei vicini, come l’Iraq, e di tutti i Paesi affacciati sul Golfo. È il caso degli Emirati Arabi Uniti, che hanno assorbito centinaia di razzi e droni iraniani: i “gioielli” di Abu Dhabi e Dubai sono stati feriti dai raid, con alcuni hotel di lusso finiti sotto tiro e il lucroso traffico aereo mandato in tilt.

dubai satellite
Gli attacchi a Dubai visti dal satellite

Stesso copione anche per il Qatar. La piccola nazione, che storicamente ha svolto la funzione di pontiere tra Usa e Iran, è finita sotto il fuoco di Teheran e si è vista costretta ad abbattere due caccia Su-24 iraniani, ma soprattutto a sospendere parte della sua produzione di gas. Dinamiche simili si sono registrate per tutti gli altri Paesi con strutture americane – Bahrain, Oman, Kuwait, Arabia Saudita, Giordania e soprattutto Iraq.

Questi Paesi, che avevano in comune la vicinanza geografica con Teheran e la presenza di truppe americane, non sono però i soli a essere stati investiti direttamente dal conflitto. È il caso dell’Azerbaijan, colpito da un drone; della Turchia, che ha abbattuto due missili entrati nel suo territorio; e di Cipro, con la base britannica di Akrotiri centrata da un drone.

B-1B Lancer
Un bombardiere Usa B-1B Lancer

L’allargamento

Tutto questo sta trascinando anche attori non direttamente coinvolti, come Regno Unito e Francia. Londra ha schierato un cacciatorpediniere della Royal Navy ed elicotteri anti-droni. Ancora più ampio il dispositivo francese: Macron ha fatto muovere la portaerei Charles de Gaulle, otto fregate, due portaelicotteri d’assalto anfibi e sistemi anti-drone. Oltre una decina di navi per presidiare il Mediterraneo orientale, il Mar Rosso e lo stretto di Hormuz.

A questi si aggiungono anche Grecia e Turchia, che da un lato si sono sentite sotto tiro di missili e droni e dall’altro vedono convergere i propri interessi su Cipro, con il rischio di una piccola escalation tutta interna alla Nato. L’isola del Mediterraneo orientale è ancora divisa dopo la guerra del 1974 e i due Paesi potrebbero ragionare su un maggior dispiegamento sulle due parti dell’isola. Per il momento vige la calma, ma uno stato di tensione continua potrebbe riaccendere lo scontro tra Atene e Ankara.

Altro effetto tangibile è il doppio fronte di Israele. Tel Aviv, mentre conduceva i suoi strike contro Teheran, ha ripreso le operazioni di terra contro il vicino Libano, rilanciando la campagna contro Hezbollah: una nuova offensiva con mezzo milione di sfollati e nuovi raid nei quartieri meridionali di Beirut.

Charles de Gaulle
La portaerei francese Charles de Gaulle

I cerchi concentrici di un’instabilità globale

Se l’attacco a Teheran è stato come un sasso gettato nello stagno, il numero di cerchi concentrici partiti dal centro continua ad aumentare. L’impatto globale potrebbe avere effetti a catena anche in altri quadranti.

Il primo e più vicino è quello del Mar Rosso. Dopo quasi due settimane di guerra, gli Houthi – milizia sciita che governa parte dello Yemen ed è legata all’Iran – non hanno ancora fatto il loro ingresso nel conflitto. Come ha scritto Allison Minor dell’Atlantic Council, per il momento non hanno interesse a intervenire perché non sono pronti a riaprire le ostilità con l’Arabia Saudita. Ma nuove frizioni non sono escluse: potrebbero, ad esempio, colpire selettivamente obiettivi legati a Israele o le navi in transito nel Mar Rosso, andando così a dare un altro colpo alle catene del valore.

Altro cerchio di instabilità è quello ucraino. Il conflitto non si è fermato e, anzi, ha visto alcune conquiste interessanti da parte di Kiev. Zelensky teme il silenzio intorno a ciò che avviene in Ucraina e prova a uscire dall’isolamento mediatico proponendosi come alleato chiave nella fornitura di sistemi anti-drone, affinati da Kiev in quattro anni di guerra proprio contro modelli russi copiati dagli Shahed iraniani. Mosca, da parte sua, gioca su almeno due tavoli. Per prima cosa, il contraccolpo economico dovuto alla chiusura di Hormuz (su cui torneremo a breve) potrebbe aiutarla sul fronte petrolifero. D’altro canto, la guerra che Trump ha scatenato contro Teheran offre l’opportunità di azioni di disturbo, come la condivisione di informazioni di intelligence agli iraniani per migliorare i loro attacchi contro basi e assetti americani.

Nella grande equazione globale c’è posto anche per effetti non previsti. Droni e missili iraniani hanno dimostrato l’importanza degli scudi missilistici. Per questo gli americani stanno rivedendo, ad esempio, il dispiegamento di sistemi THAAD: è il caso di quelli piazzati in Corea del Sud e spostati in Medio Oriente. La decisione dell’amministrazione Usa non è piaciuta al governo di Seul. Il presidente Lee Jae-myung ha ammesso: “Ci opponiamo al ritiro di alcune armi di difesa aerea, ma non possiamo far rispettare pienamente la nostra opinione”. L’idea è che l’impegno in Medio Oriente distolga gli americani dal resto del Pacifico.

E infatti tra i più preoccupati per eventuali conseguenze “inattese” c’è Taiwan. Come ha notato un dossier di Foreign Policy, la guerra ha mostrato come i conflitti moderni consumino in brevissimo tempo grandissime quantità di munizioni. In dieci giorni di guerra è stato dato fondo a moltissimo munizionamento: un dato che avrebbe implicazioni enormi nel caso di una guerra nel Pacifico per l’ex Formosa. Secondo uno studio del CSIS del 2023 (quindi precedente alla guerra), gli Usa avevano munizioni solo per una settimana di combattimenti nello Stretto: una previsione che oggi sembra ancora più critica, dato l’alto numero di lanci nel conflitto con Teheran.

Il colpo all’economia

Ultimo indizio, non meno importante, sull’impatto globale del conflitto è legato al contraccolpo economico. La Repubblica islamica ha di fatto paralizzato il traffico nello Stretto di Hormuz, rendendo la circolazione nell’area praticamente impossibile. La disarticolazione di un punto sensibile come Hormuz ha creato estrema volatilità sui prezzi di gas e petrolio. Nei 33 km dello stretto transita il 20% del gas naturale liquefatto mondiale e un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare.

L’impatto è durissimo per l’Europa, che – soprattutto sul gas del Qatar – faceva affidamento per sostituire la dipendenza da quello russo, ma anche e soprattutto per la Cina. Pechino ha un’esposizione economica nei confronti dell’Iran molto forte e per Hormuz passa il 40% del greggio destinato alla sete cinese di combustibili fossili.

La Repubblica Popolare si sta preparando alla visita di Donald Trump prevista ad aprile, ma allo stesso tempo potrebbe dare una mano all’Iran. Secondo quanto scrive la CNN, in questa fase Pechino potrebbe fornire un appoggio di secondo piano, dando assistenza finanziaria, pezzi di ricambio e componenti per i missili.

Uno scenario che si salderebbe con la guerra di intelligence che da tempo il Partito comunista cinese conduce contro Washington: l’ultimo cerchio di una guerra che è sempre meno regionale e sempre più globale.

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