Hai vinto un premio letterario? Prendi l’assegno e poi scappa

Premi letterari: croce e delizia degli scrittori e degli editori. Palcoscenici più o meno splendidi su cui arrampicarsi, più o meno e facilmente, e da cui - incassato l’assegno (quando c’è) - dire tutto il male possibile dei propri colleghi o crogiolarsi sotto i riflettori che illuminano i quasi famosi (cioè tutti quelli che non vincono una cosa importante davvero, come il Grande fratello). Insomma proscenii mediatici ma consunti su cui dare vita a un bello spettacolino in puro stile Scarpa versus Scurati. Per chi non si ricordasse di cotanta tenzone ecco alcuni brevi stralci di quello che si sono detti il vincitore e il secondo classificato del Premio Strega: «Buffone di corte» (Scarpa a Scurati); «simbolo della categoria del marginale “fotti e chiagni”, di chi ha parlato per anni in nome degli esclusi e ha poi sfruttato l’emarginazione per trarne un beneficio personale» (con minori doti di sintesi Scurati a Scarpa); «è solo uno scrittore pop» (Scarpa a Scurati con ritorno alla sintesi); «scrittore sintomo della degenerazione della società intellettuale italiana» (Scurati a Scarpa con spreco di particelle determinative)...
Eppure per quanto questi rituali tristi che, quando non degenerano in rissa, spaziano dal gastronomico pecoreccio delle serate di gala (uno sciampagnino delizioso...) all’esoterismo iniziatico delle giurie (mettere il voto nella busta gialla, poi chiudere la busta gialla in quella azzurra) siano vituperati da chiunque, non sembra vi sia speranza di vederli finire. Per un Grinzane che muore nascono altri cento premiucoli. E nessuno mai si rifiuterebbe, sul serio, una bella comparsata streghesca o una campiellata come Dio comanda. Per rendersi conto del come e del perché di questa debolezza, che affligge gli uomini di penna, niente di meglio di un piccolo librino appena editato da Adelphi: I miei premi di Thomas Bernhard (pagg. 134, euro 11, trad. di E. Dell’Anna Ciancia). Il geniale e cattivissimo scrittore austriaco, a cui dobbiamo capolavori come Gelo e Il nipote di Wittgenstein, è forse tra i numi letterari del Novecento (Harold Bloom lo ha incluso nel suo Canone occidentale) il più adatto a rendere conto delle miserie e dei tic che portano l’intellettuale, seppur riluttante, a salire quei fatali gradini che lo conducono a ricevere una pergamena e un assegno.
In primo luogo nessuno può sfuggire al fascino del denaro, per quanto sia notoriamente sterco demoniaco. Per usare le parole con cui Bernhard rievoca il Premio nazionale austriaco (ma possono valere in qualunque circostanza): «Quel premio era un enorme affronto... Ma aggiungevo che avevo giurato a me stesso di digerirlo quell’enorme affronto... Non ho nessuna intenzione di rifiutare 25mila scellini, dicevo, io sono avido di denaro, sono privo di carattere, sono io stesso un porco». Ecco il motivo fondamentale che può spingere anche il più irriverente degli autori a sottoporsi a una giuria che egli stesso considerava così: «Solo grandi coglioni... un consesso delle peggiori schiappe, un’assemblea di canaglie... ».
E forse la differenza tra il grande Bernhard - personaggio fuori dalle righe, nonché odiatore professionista - e la maggior parte dei nostri scrittori mediocri e benpensanti sta proprio in questa ammissione. Bernhard che i premi li vinceva senza volerli vincere non poteva far a meno di quei soldi e non perse occasione di ricordare a chi glieli stava dando che non c’è letteratura che tenga: «Se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha ed è giusto alleggerirlo».
Ma così facendo non finse mai che dietro a quelle premiazioni ci fosse qualcosa di culturale. Perché, se questi crudeli racconti sul meccanismo dei premi sono stati pubblicati dopo la sua morte i discorsi che tenne alle premiazioni sono lì a sottolineare che si poteva «comprare» la sua presenza ma non la sua accondiscendenza. Vincendo il premio della città di Brema, anche in quel caso era indebitato fino al collo, così iniziò la sua dichiarazione di rito: «Non posso attenermi alla favola dei vostri Musicanti; non racconterò nulla; non canterò; non terrò prediche... le favole sono finite». Vincendo il premio nazionale austriaco così invece si accomiatò mentre il ministro della cultura se ne andava sdegnato: «Quel che pensiamo è pensato di riporto... Non occorre che ci vergogniamo però noi (austriaci, ndr) siamo davvero niente... Ringrazio questa giuria». E anche nel Nipote di Wittgenstein l’autore non si lasciò sfuggire l’opportunità di scrivere: «Mi sono... sottoposto all’umiliazione dei premi... mi sono lasciato cagare in testa... ».
Ma in I miei premi non si troverà solo la rabbia dello scrittore di razza, costretto a piegarsi a rituali tristi e frusti («coraggio resisti, fai tutto quello che vogliono da te e poi prendi l’assegno... e sparisci»). Nelle pagine vengono raccontate, anche con feroce ironia, tutte le piccole follie nascoste dentro il meccanismo dei premi. Ecco alcune pillole relative a quando Bernhard, avendolo vinto, finì per trovarsi nella giuria del premio Brema: «Ero favorevole ad assegnare il premio a Canetti (vincerà il premio Nobel nel 1981, ndr) per il suo Autodafé... Pronunciai ripetutamente la parola Canetti e ogni volta le facce si contrassero in una smorfia... Molti a quel tavolo non sapevano neppure chi fosse Canetti, ma tra i pochi che sapevano di lui ci fu uno che disse: ma pure quello è un ebreo... e di Canetti non si parlò più». Poi dopo alcune ore di inutile discussione la giuria scoprì che era pronta la cena: «Filtrava già il profumo degli arrosti... Uno dei signori tirò fuori... a caso mi parve, un libro di Hildesheimer e disse... addirittura già alzandosi, per andare a pranzo: E prendiamo Hildesheimer, prendiamo Hildesheimer, e Hildesheimer era proprio il nome che non era mai stato fatto in tutto quel dibattito durato ore... Il premio era stato dato all’ebreo Hildesheimer. Per me fu questo il colmo di quel premio». E poco importa l’ambientazione in quel di Brema, sono miriadi le giurie che hanno scelto con questo medesimo criterio. Esattamente come le gaffe, gli scambi tra autori, le interviste insensate, la boriosità dei critici che affliggeva l’Austria di Bernhard sono identici, ma centuplicati, nella premiopoli italiana. Verrebbe allora da dire: leggete Bernhard, leggiamo Bernhard. E dopo non partecipiamo mai più a niente che assomigli a un festival o a un premio. Verrebbe da dire: chi non ha letto Bernhard è costretto a ripeterlo. Ma in realtà Bernhard non pretende di curare nessuno. Sapeva che, dal premio di poesia della parrocchia al Nobel la malattia è, ed era, ormai incurabile, che la malattia (noi) non desiderava essere curata: «Il nostro esistere è già da megalomani; ma siccome sappiamo che non possiamo precipitare... osiamo fare quello che facciamo».

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