"Individualità, privacy, cittadinanza: sono categorie da ripensare"

Il filosofo della scienza Stefano Moriggi: "Reale e digitale non sono contrapposti: noi non agiamo mai indipendentemente dai media"

"Individualità, privacy, cittadinanza: sono categorie da ripensare"

Stefano Moriggi, filosofo della Scienza, docente di Tecnologie della formazione all'Università di Milano Bicocca, da anni studia il mondo delle nuove tecnologie e i suoi riflessi sulle nostre vite, che ha trattato nel saggio Perché la tecnologia ci rende umani (Sironi) e nel più recente Didattica nova (Spaggiari).

Professore, è come dice Byung-chul Han, siamo spettri che si illudono di vivere in mezzo a non-cose?

«Questo tipo di posizioni tendono a contrapporre il concetto di realtà a quello di digitale, inteso come tecnologia smaterializzante, per cui le informazioni si sostituiscono alle cose stesse».

Reale e digitale non si contrappongono?

«Credo che la prospettiva più sensata per rapportarsi all'evoluzione tecnologica sia quella di una archeologia dei media: un approccio che cerca di recuperare le matrici culturali che hanno reso un certo media possibile e, allo stesso tempo, necessario».

Che cosa ci dice questo approccio?

«Che il digitale è nato dal bisogno e dall'opportunità di condividere possibilità e informazioni, a prescindere dalla distanza. Ma non per questo dobbiamo contrapporre materiale a immateriale: altrimenti tutta la storia dei media, e della cultura stessa, sarebbe una storia di smaterializzazione...».

E come ci rapportiamo ai media?

«Le tecnologie sono protesi di noi stessi: fin dalla scrittura, come notava Platone, ci ri-inscrivono di volta in volta nel mondo. Noi non agiamo indipendentemente dai media. L'interazione con uno strumento non solo ridisegna le pratiche, ma apre nuovi spazi concettuali e modi di ritagliare il mondo».

Però tante di queste informazioni ci danno solo l'illusione di sapere di più.

«Di fronte all'abbondanza di dati siamo in difficoltà: non solo per distinguere fra attendibile e non ma, anche, perché la quantità ci spiazza. E poi ci sono gli algoritmi».

Che sembrano dirigere le nostre scelte...

«A volte anticipano, in modo chirurgico, quello che vorremmo. Si dice che siamo chiusi in bolle, ma gli algoritmi, come molte tecnologie, sono un nostro specchio: sanno che cerchiamo conferme e ciò che ci piace e sfruttano questa nostra abilità/limite».

E quindi?

«E quindi è su questa logica che dovremmo lavorare: non sono gli algoritmi che ci chiudono in una bolla, siamo noi, da sempre, a chiuderci nelle bolle, e costruiamo macchine che possano darci ciò che ci piace e ci interessa. Ma gli algoritmi potrebbero anche essere programmati diversamente, per esempio per essere esposti all'imprevisto, all'anomalia. Algoritmi più educativi, o che ci permettano di fare una esperienza del mondo più complessa, diversa dalla logica del profitto delle multinazionali».

E i nostri dati che vengono captati, rubati, sfruttati?

«Ma queste sono le sfide della contemporaneità: certamente dobbiamo riconfigurare una serie di categorie, perché quello che valeva per i media tradizionali non può più funzionare. Le categorie di cittadinanza, individualità, identità, privacy, rapporto fra pubblico e privato vanno ripensate; altrimenti non si tratterebbe di una rivoluzione, sarebbe solo un aggiornamento informatico...».

Come ripensarle?

«Con fatica. Recuperando le matrici culturali che hanno posto le premesse per queste tecnologie, come orizzonte in cui intuire quale tipo di approccio culturale e legislativo possa rendere sostenibile e praticabile la frequentazione del mondo così come emerge da queste tecnologie. E anche quale tipo di nuovo soggetto compaia».

Non vede apocalissi imminenti.

«Non esiste una autenticità umana al di fuori dell'interazione con gli strumenti che ci hanno permesso di evolvere fino a oggi... E, più affiniamo i nostri strumenti, più comprendiamo qualcosa del mondo e di noi, del modo in cui li usiamo e in cui ragioniamo. E la consapevolezza epistemologica ci serve per riorientare la nostra riflessione, per capire da dove ripartire insieme per ridisegnare il nostro modo di stare al mondo».

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