Per anni la ricerca sull’autismo ha inseguito soprattutto la risposta alla domanda di quali fossero le origini del disturbo: genetica, ambiente, interazione tra fattori biologici e contesto. Uno sforzo che ha prodotto progressi importanti, ma che oggi sembra lasciare spazio a un’impostazione diversa, che punta l’attenzione su tutto ciò che può migliorare concretamente i percorsi delle persone.
Questo, almeno, è quanto emerso dalla venticinquesima edizione del congresso annuale della International Society for Autism Research (INSAR), il principale appuntamento mondiale dedicato ai disturbi dello spettro autistico. Nel corso dell’evento, che ha richiamato a Praga dal 22 al 25 aprile quasi 3 mila ricercatori e specialisti provenienti da un’ottantina di Paesi diversi, il cambio di paradigma è infatti stato evidente.
Il focus del confronto, cui hanno preso parte anche una novantina di ricercatori italiani, si è progressivamente spostato dalla ricerca delle cause alla comprensione di come affrontare una condizione riconosciuta come profondamente complessa ed eterogenea, mettendo insieme biologia, sviluppo, clinica, diritti ed esperienza vissuta. Più che cercare una spiegazione univoca, l’obiettivo sembra diventato capire come migliorare gli interventi, personalizzare i supporti e incidere sugli esiti di vita.
Una svolta che si è colta anche dal profilo dei partecipanti. “Quest’anno ho visto una presenza molto forte non solo di ricercatori e centri clinici, ma anche di professionisti provenienti dalle aziende sanitarie, cioè da chi poi traduce la ricerca in assistenza”, ha confermato Maria Luisa Scattoni, coordinatrice dell’Osservatorio Nazionale Autismo e Global Senior Leader dell’INSAR per l’Italia. “Si lavora per capire quali risultati scientifici possano essere implementati nei servizi sanitari e diventare pratica”.
Un altro elemento nuovo, ha aggiunto, “è il rilievo crescente dato all’autismo profondo (caratterizzato anche da disabilità intellettiva, Ndr), un ambito che sta finalmente ricevendo maggiore attenzione, sia sul piano scientifico sia su quello del supporto”. Una tendenza confermata da molte sessioni del congresso, nel quale si è parlato anche di neurodiversità, salute mentale, transizione all’età adulta, modelli di presa in carico, efficacia degli interventi. Temi che raccontano una ricerca sempre meno autoreferenziale e sempre più orientata all’impatto.
Questo non significa che la dimensione biologica sia arretrata. Piuttosto viene messa al servizio di un’altra frontiera: anticipare, intercettare, intervenire prima. In questa direzione si colloca uno dei contributi italiani presentati a Praga, frutto di un lungo lavoro multicentrico che ha aperto alla possibilità di individuare soggetti a rischio fin dalla nascita attraverso l’analisi di una semplice goccia di sangue.
Il lavoro, illustrato in una presentazione orale da Enzo Grossi, direttore scientifico della Fondazione VSM di Villa Santa Maria (Centro comasco specializzato nella cura e riabilitazione di bambini e ragazzi con autismo e disturbi del neurosviluppo), utilizza imaging cellulare e intelligenza artificiale per rilevare alterazioni morfologiche dei globuli rossi associate a processi di stress ossidativo.
L’ipotesi è che queste cellule possano funzionare come indicatori precoci di vulnerabilità. Se i risultati di questo primo studio saranno consolidati con una casistica più ampia, avremo di fatto la base per strumenti predittivi semplici e non invasivi.
“Se questa linea di ricerca verrà validata su larga scala”, ha spiegato Grossi, “potremmo disporre in futuro di strumenti capaci di riconoscere soggetti a rischio precocemente, quando un intervento può ancora modificare in modo positivo la traiettoria di sviluppo”.
È un esempio concreto di come il congresso di Praga abbia raccontato una ricerca meno concentrata sulla caccia a una causa unica e più impegnata a costruire risposte. Meno ossessione per il perché, più attenzione al come.
Ma il punto, per Scattoni, è anche ciò che accadrà dopo il congresso. “Il ruolo dei Global Senior Leader a livello nazionale è anche quello di lavorare per rafforzare il dialogo tra ricerca, servizi e nuove generazioni di studiosi. Intendiamo farlo promuovendo webinar e incontri su temi specifici, momenti di confronto tra esperti e giovani ricercatori, attività collaborative capaci di far circolare competenze e accelerare il trasferimento delle evidenze nella pratica clinica”.
Un ruolo di connessione che si intreccia con un altro segnale emerso da Praga: la crescente capacità italiana di presentarsi come sistema. Non solo per il numero di contributi scientifici portati al congresso, ma anche grazie a esperienze come il workshop Italy at INSAR, iniziativa che si svolge ogni anno a Como e che è nata proprio per mettere in rete ricercatori, clinici e istituzioni italiane presenti al congresso e valorizzare una presenza nazionale sempre più riconoscibile nel dibattito internazionale.
D’altra parte, la collaborazione e integrazione tra specialità diverse è fondamentale
per affrontare una condizione complessa e multiforme. Ed è forse anche questo il messaggio che arriva da Praga: non solo capire meglio l’autismo, ma costruire ecosistemi scientifici e clinici capaci di affrontarlo meglio.