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"Altro che patriarcato, cresciamo degli smidollati". Vannacci a testa bassa contro la sinistra

Il generale, intervistato da La Stampa: "Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi, maschi e femmine, che la vita è una lotta e che per andare avanti bisogna avere fiducia nella possibilità di rialzarsi"

"Altro che patriarcato, cresciamo degli smidollati". Vannacci a testa bassa contro la sinistra

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"Altro che patriarcato, cresciamo degli smidollati". Vannacci a testa bassa contro la sinistra

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Il generale Roberto Vannacci è urticante. Le sue idee, infatti, non piacciono a un certo mondo, quello dei salotti à la page e dei giornaloni progressisti (che, a furia di parlare di lui, gli hanno permesso di vendere oltre 230mila copie de Il mondo al contrario, prima autopubblicato e ora in libreria grazie a Il Cerchio). Vannacci non piace, quindi. Eppure la sinistra non può fare a meno di ignorarlo. O di intervistarlo. La Stampa lo ha fatto il 22 novembre scorso, poco dopo il ritrovamento del cadavere di Giulia Cecchettin, ma ha deciso di pubblicare il colloquio solo oggi, dopo la nomina del generale a Capo di stato maggiore delle forze operative terrestri/comando operativo esercito.

I temi affrontati sono ovviamente il femminicidio (ma il generale giustamente si chiede "perché chiamare l'omicidio di una donna in modo diverso") e la società in cui ci troviamo a vivere. Una società che è palesemente in decadenza. E non perché lo afferma (solo) Vannacci. I dati diffusi dal Censis parlano infatti di "sonnanbuli", che credono che "l'Italia sia irrimediabilmente in declino" e che sta scomparendo. Siamo dunque in crisi ed è innutile e dannoso negarlo. Perché? Quali sono le cause di questa decadenza? Proviamo ad analizzarle.

Abbiamo perso il nostro centro: non sappiamo più perché siamo in vita e cosa dobbiamo fare dei giorni che abbiamo a disposizione. Siamo deboli. Troppo deboli. E su questo Vannacci ha ragione: i giovani "sono mollaccioni smidollati che abbiamo prodotto noi". E propone la sua ricetta per uscirne, citando, forse inconsapevolmente, Ortega y Gasset ne La ribellione delle masse: "Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi, maschi e femmine, che la vita è una lotta e che per andare avanti bisogna avere fiducia nella possibilità di rialzarsi". Citiamo ad sensu il libro del filosofo spagnolo perché, purtroppo, non lo abbiamo sotto mano. Secondo Ortega, vivere è sentirsi limitati. Essere cioè consapevoli che le circostanze ci determinano. Nascere in un contesto storico, con le sue opportunità e le sue crisi, fa di noi una persona al posto di un'altra. Il modo in cui veniamo cresciuti fa lo stesso. L'essere alti o bassi, forti o deboli ci derminano. Ci limitano. Ma noi possiamo migliorarci. Non dobbiamo farci abbattere dalle circostanze, ma dobbiamo affrontarle. Non a caso, Vannacci afferma: "Dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi, maschi e femmine, che la vita è una lotta e che per andare avanti bisogna avere fiducia nella possibilità di rialzarsi". Oggi, purtroppo, questo insegnamento è passato in secondo piano.

Pensiamo a come molti giovani hanno vissuto il Covid, paragonandolo a una guerra mondiale. La pandemia è stata certamente un momento difficile e carico di sofferenza per molti. Ma non è paragonabile a un conflitto. Insegnare che di fronte a queste difficoltà bisogna lottare è fondamentale. Come è necessario farlo anche di fronte a tutti i piccoli e grandi problemi della vita. Non a caso, afferma il generale, si registrano molti suicidi: "Uomini e donne si ammazzano perché perdono il lavoro; ragazze e ragazzi si suicidano perché vengono bocciati. Il punto non è che i maschi vogliono possedere una donna: è che dipendono da lei. Se perdi una compagna, non ne cerchi un'altra ma ti ammazzi. Se perdi un lavoro, non t'industri per cercarne uno: aspetti il reddito di cittadinanza". È così, purtroppo. Non avendo un fine, i ragazzi si appendono a tutto ciò che può sostituirlo: il lavoro e i rapporti di coppia, soprattutto. Ma così non può funzionare. Ed è per questo che avvengono anche crimini terribili come quello commesso da Filippo Turetta, che aveva fatto della povera Giulia il suo tutto.

Serve, afferma il generale, l'educazione. Ma cosa significa questa parola? Essa deriva dal latino ex ducere, che significa tirar fuori. Potremmo paragonare l'educazione a ciò che faceva Michelangelo con il marmo: di fronte a un blocco informe, sapeva togliere tutto il superfluo, lasciando apparire ciò che nascondeva. Ecco, ai giovani oggi manca questo: qualcuno che li aiuti a esser forti, eliminando ciò che non è necessario per farli lavorare su ciò che sono e, soprattutto, su ciò che vogliono essere. Qualcuno che li aiuti a scegliere se vogliono restare un blocco di marmo informe oppure diventare se stessi. Ed è forse per questo che il generale attrae così tanto i giovani: perché fornisce un modello, purtroppo fuori moda e bistrattato, come quello del padre. Che indica una rotta da seguire e che si offre alla possibilità di essere ferito.

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