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Askatasuna, il delirio della Salis dopo Torino: “Governo oppressivo e ipocrita”

L’europarlamentare di Avs, pur condannando il pestaggio con il martello, ha messo sullo stesso piano gli interventi di ordine pubblico con la violenza antagonista

Askatasuna, il delirio della Salis dopo Torino: “Governo oppressivo e ipocrita”
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Ci è voluto del tempo, oltre 48 ore, ma alla fine anche Ilaria Salis è riuscita a dire la sua sui fatti di Torino di sabato. Chi si aspettava una netta presa di posizione da parte dell’europarlamentare di Avs è rimasto deluso ma probabilmente nessuno pensava che accadesse. Anche Salis si schiera dalla parte di quelli che condannano (solo l’aggressione al poliziotto, beninteso) sempre con quel “ma”, in nome del benaltrismo che ormai permea quasi tutti i discorsi di chi è legato a quella sinistra radicale e non vuole perdere le sue simpatie per evitare di disperdere un buon bacino elettorale.

“Partiamo dal buco nero di questi giorni, dall’episodio del martello, da cui prendo le distanze. Detto ciò, sia chiaro: in uno stato di diritto, il potere politico deve restare nettamente separato da quello giudiziario”, scrive Salis. Cosa intende? Lo spiega dopo quando attacca frontalmente il premier affinché, dice lei, “si tolga le vesti del Magistrato ed eviti di suggerire come debba essere qualificato un eventuale reato. Si concentri sul suo lavoro ché, visto come vanno le cose in questo Paese, mi pare ci sia molto ma molto da fare”. La “colpa” di Meloni è quella di aver chiamato “tentato omicidio” l’aggressione con il martello al poliziotto: ma se non è tale, come si potrebbe definire in un Paese civile serio? Ovviamente non in un Paese dove gli antagonisti e una certa sinistra equiparano uno sfollagente in gomma in uso alle forze dell’ordine con un martello da carpentiere impiegato contro gli agenti.

E benché gli stessi antagonisti abbiano rivendicato le violenze di Torino, Salis prova a tappare le falle seguendo la narrativa del “è sbagliato ridurre l’opposizione sociale a pochi secondi di video, cancellando deliberatamente il contesto e appiattendo la narrazione. Accettare questa semplificazione significa avallare, consapevolmente o meno, l’operazione di psico-polizia messa in campo dal Governo”. Qualunque cosa questo voglia dire è evidente che sia un attacco all’attuale esecutivo e a chi si indigna per il poliziotto martellato perché, dice Salis, “se si condanna il pestaggio del poliziotto, devono allora essere condannati con la stessa fermezza anche i numerosi - e spesso almeno altrettanto brutali - pestaggi e abusi di potere compiuti dalle forze dell’ordine contro i manifestanti”. L’Italia è diventata un Paese in cui un rappresentante delle istituzioni pone sullo stesso piano gli interventi di ordine pubblico delle forze di polizia in condizioni di emergenza con il pestaggio di un servitore dello Stato, che lei stessa dovrebbe rappresentare, da parte di un branco di violenti.

È un Paese in cui un europarlamentare utilizza le stesse tesi degli antagonisti per criticare un governo democraticamente eletto, accusandolo di stare “già sfruttando cinicamente il clima orchestrato per portare avanti la propria agenda autoritaria” perché, dice Salis, “il loro obiettivo è evidente, non ne fanno mistero: comprimere lo spazio del dissenso e trasformare progressivamente l’Italia in qualcosa di simile all’Ungheria di Orbán”. Quindi, è la conclusione di Salis, “Nessuna collaborazione con questo Governo oppressivo e ipocrita. Opposizione!”.

Una sua collega di gruppo all’europarlamento, Carola Rackete, anche lei regolarmente eletta anche se non per uscire da un carcere ungherese, nel momento in cui si è resa conto che fare politica non è come fare attivismo di barricata, e che non era adeguata a rappresentare le istituzioni, si è dimessa. È tornata a fare attivismo, a schierarsi apertamente con i centri sociali con i quali condivide temi e registro espressivo.

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