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La "grande" vittoria del Pd a Brescia? La verità è un'altra: ecco i numeri

Militanti e commentatori filo-dem tifano per una riscossa del partito che può partire dai risultati "incoraggianti" di Brescia: ecco perché il comune lombardo non può essere il simbolo della rinascita democratica

La "grande" vittoria del Pd a Brescia? La verità è un'altra: ecco i numeri

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"Segnale di risveglio". Ma la narrazione del Pd è piena di buchi

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Nelle ultime 72 ore abbondanti il Partito Democratico - insieme ai suoi sostenitori - sta facendo di tutto per far passare la narrazione secondo la quale dal primo turno delle ultime elezioni amministrative il movimento politico guidato da Elly Schlein sia uscito con uno slancio morale di forza senza (perlomeno recenti) precedenti. In sintesi, per dirla quasi con le parole della segretaria nazionale: "Ha vinto il Pd". E, come emblema di questo 'indiscutibile trionfo', i dem prendono come esempio lampante il risultato ottenuto a Brescia dove Laura Castelletti, la candidata di centrosinistra, è diventata sindaco già al primo turno. A parte il fatto che, per autoconvincersi politicamente vivi, ci si attacchi all'unico dei 13 capoluoghi di Provincia vinto dalle opposizioni al governo Meloni (esclusa Teramo, già in mano al riconfermato Gianguido D'Alberto dal 2018) rende bene l'idea di come il Pd sia sprofondato a livello di prestazioni e di credibilità. Ma è proprio l'analisi benevola della performance piddina nel comune lombardo a fare acqua da tutte le parti.

L'ottimismo (ingiustificato) di Repubblica sul Pd

Stefano Folli, per esempio, ha sprigionato tutto il proprio irrefrenabile entusiasmo nei confronti dei risultati elettorali giunti da Brescia sulle colonne di Repubblica. Secondo l’editorialista romano "la vittoria del centrosinistra a Brescia, netta e brillante già al primo turno" di Laura Castelletti, "è rinfrancante e incoraggiante per il Pd di Ally Schlein". E lo è non solo per il 53% raggiunto da Pd e alleati, ma anche perché "la risposta dei cittadini è stata inequivocabile, forse più di quanto gli stessi protagonisti avessero previsto" e quindi "saranno tutt'altro che trascurabili i risvolti psicologici". Insomma: "Brescia indica che la grande partita nazionale si può riaprire: se non oggi, forse entro un paio d'anni". Insomma, per il Pd è fatta: Folli ha già sostanzialmente decretato che le prossime Politiche si terranno nella primavera del 2025 (quindi la durata della legislatura sarà soltanto metà rispetto a quella naturale) e che il centrodestra verrà annientato dalla corazzata di Schlein & Co (naturalmente alleati sicuri alle urne). E tutto per merito del sensazionale esito amministrativo di Brescia.

I numeri di Brescia ci dicono ben altro

E peccato che, numeri alla mano, non è che ci sia teoricamente granché da festeggiare per la sinistra proprio rispetto a quello che è recentemente successo nella terra della Leonessa d'Italia. Se si prendessero in considerazione i meri dati numerici dei voti presi, ci sarebbe anzi da evidenziare qualcosa di negativo. Nel giugno 2018, infatti, quando il Partito Democratico era reduce dalla peggiore prestazione elettorale della sua storia a un'elezione parlamentare nazionale (era il 4 marzo precedente) e si trovava in mezzo al guado alla ricerca di una nuova leadership, il candidato Emilio Del Bono vinse anche lui al primo turno con una percentuale non così dissimile all'ultima tornata (53,8% contro il 54,8% di adesso), con la lista del Pd che da sola aveva agguantato il 34,6% (26.864 consensi): otto punti secchi in più rispetto alle Comunali 2023 (21mila voti scarsi).

Si dirà: beh, ma domenica e lunedì scorsi era presente sulla scheda elettorale anche la lista direttamente collegata alla figura della neosindaca che ha drenato diversi voti al partito della Schlein con il suo corposo 7,8% conquistato. Vero. Ma cinque anni fa non era stata per nulla da meno la Civica Del Bono: 6,7% tolto direttamente all'allora segretario reggente Martina. Ecco, riuscire a ottenere un risultato (se possibile) peggiore rispetto a quello conseguito in pieno marasma post dimissioni di Renzi e issarlo come simbolo dell'orgogliosa rinascita movimentista, è un'idea balzana che poteva venire in mente soltanto al Pd.

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