Lo scacco al Quirinale è la fine della giustizia

Il capo dello Stato alla sbarra è una fotografia da sparare in prima pagina. È un simbolo. È l'Italia alla sbarra

Lo scacco al Quirinale è la fine della giustizia

È scacco al re. Non è decisivo. Non è matto. Non è un finale di partita. È però il segno di un attacco, preciso, paziente, che punta a rendere l'uomo che è tornato ad occupare la casella del Quirinale più fragile. Tutto porta di nuovo a Palermo, ventre oscuro di questa battaglia politica. È la trattativa Stato-mafia. Sono le ombre del '92. È la Procura di Palermo che sposta i suoi pezzi e apre un passaggio che porta a Napolitano. È la rivincita della partita sulle intercettazioni, quelle che il capo dello Stato nella versione 1.0 aveva vinto, con una sentenza della Corte Costituzionale: vanno distrutte (e chissà se ce n'è ancora memoria, magari ad Aosta). Si ricomincia. La Procura chiama Napolitano come testimone. Lo vogliono a Palermo. In aula. Dentro il processo. Si può fare? La questione è tutta qui. Non è mai successo. Nessun presidente della repubblica ha mai messo piede in tribunale. Non è solo una questione di forma, di rispetto o di protocollo. È per non delegittimare quel ruolo, per non svilirlo. Un capo dello Stato in tribunale, perfino come testimone, perde spessore, diventa vuoto. La Corte d'Appello ha risposto che la richiesta della Procura è legittima. È il primo passo. Poi toccherà al giudice del processo farla diventare realtà, valutarla come ammissibile. Intanto, però, lo scacco c'è. Ed è chiaro che Napolitano non l'ha presa bene. Se Napolitano sa qualcosa su quella sporca storia è giusto ascoltarlo. Perché non seguire però la strada più semplice e diretta? Quella meno pesante? Si va al Quirinale e si «interroga» il presidente.

Il sospetto è che non avrebbe lo stesso effetto mediatico. Il capo dello Stato alla sbarra è una fotografia da sparare in prima pagina. È un simbolo. È l'Italia alla sbarra. È - come dice qualcuno - il sogno dei giudici che si realizza. I giudici come salvatori della patria o suoi carnefici. Certe storie dipende sempre da come le guardi. Ma questo è lo scenario finale. Qui, in questa quasi estate di governi che provano a non morire con l'arrivo dell'autunno, si gioca una partita più umana, molto umana. È il ritorno di Napolitano la chiave di tutto. È quell'odore di vendetta che si respira nell'aria. È il braccio di ferro tra i poteri dello Stato, dove ogni giocatore cerca una legittimità politica. È la cicatrice che si è aperta tra una parte della magistratura e il loro capo supremo. È la cicatrice tra le toghe e la politica. Napolitano appare come l'uomo delle larghe intese, quello che le ha volute, richieste, battezzate. È il garante che tiene insieme il Pd e il Pdl. È quello che da alleato diventa avversario. È quello che doveva uscire di scena e invece è riapparso. È il pezzo che doveva restare fuori dalla scacchiera. È soprattutto, secondo i suoi avversari, il personaggio strategico che ha permesso ai dieci milioni di elettori di Berlusconi di avere un peso. È questo l'atto di accusa contro il testimone Napolitano. È il non detto. Non serve il colpo finale. Basta uno scacco al re per delegittimare quello che il re incarna.

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