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E Pisapia gela la sinistra: "Voto Sì"

L’ex sindaco di Milano (e avvocato) esce allo scoperto con un sms al "Giornale"

E Pisapia gela la sinistra: "Voto Sì"
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Un messaggio di solo due parole, ma in grado di aprire una falla senza precedenti nel fronte del No per il referendum del 22 marzo. «Voto Sì»: questo è il messaggio che alle nove di ieri sera arriva al cronista del Giornale. Viene da Giuliano Pisapia, il sindaco di Milano dal 2011. Il sindaco della rivoluzione arancione che strappò il capoluogo lombardo alle destre.

Pisapia non spiega perché, non risponde alle richieste di raccontare come sia arrivato alla sua decisione, dopo settimane in cui gli veniva chiesto ripetutamente da che parte si sarebbe schierato. Ma il testo di whatsapp è lì, inequivocabile: «Voto Sì». Nel pieno delle polemiche tra i due schieramenti, nei giorni in cui lo scontro sulla riforma della Giustizia arriva al calor bianco e volano parole pesanti, Pisapia evita accuratamente di entrare nella scena dello scontro mediatico. Si limita, almeno per ora, a rendere nota la sua decisione. «Voto Sì». Sapendo, probabilmente, di suscitare disorientamento nel «suo» popolo, in quello che quindici anni fa lo elesse sindaco di Milano dopo averlo incoronato nelle primarie del centrosinistra. Ma sapendo anche di ritrovarsi insieme a molti che nella sinistra da cui proviene hanno scelto di appoggiare la riforma della Giustizia.

L'effetto dell'annuncio è forte, specie se si guarda alla nettezza con cui il successore di Pisapia, l'attuale sindaco milanese Beppe Sala, si è invece schierato per il No. E se si considera che dell'attuale maggioranza di governo Pisapia - che prima di fare il sindaco è stato per due legislature deputato di Rifondazione Comunista - pensa probabilmente tutto il male possibile. Così l'unica spiegazione è che, davanti alla scelta del referendum, sul Pisapia politico abbia prevalso l'avvocato, il giurista.

E Pisapia non è solo un avvocato. È il figlio di Giandomenico Pisapia, il docente universitario che negli anni Ottanta fu l'artefice del nuovo codice di procedura penale, entrato in vigore nel 1989. Di quel codice, che ha introdotto il cosiddetto «rito accusatorio», la riforma su cui si voterà tra dieci giorni è considerata la conclusione naturale, con la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, in nome della parità tra accusa e difesa nel corso delle indagini e nell'aula dei processi. Ed è possibile, anzi probabile, che anche per Giuliano Pisapia la riforma sia il punto d'approdo del codice che porta la firma di suo padre.

Prima di entrare in politica, d'altronde, l'ex sindaco ha vissuto a lungo, e in profondità, il sistema giustizia con i suoi pregi e difetti. Ha attraversato da difensore quella fase emblematica della coniuganza tra giudici e pm che fu l'operazione Mani Pulite. Con questa storia alle spalle, non ha mai avuto remore nel fronteggiare l'opposizione di principio dei magistrati a ogni tentativo di riforma: «Siccome ho già visto in passato prese di posizione da alcune parti della magistratura che hanno bloccato vere riforme complessive, come quella del ministro Flick - disse nel 2021 quando l'Anm insorse contro la riforma Cartabia - mi sembra di tornare indietro negli anni.

Proprio adesso che abbiamo un bisogno assoluto di andare avanti». L'obiettivo, disse, deve essere «una giustizia celere, efficiente e garantista». è in quelle parole che va verosimilmente cercato il perché del suo Sì di adesso.

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