Il Partito democratico a Venezia sta candidando un blocco piuttosto numeroso di bengalesi. Si tratta di un lungo elenco di nomi che non passa inosservato e che fotografa in maniera limpida la strategia del partito per cercare di ottenere quanti più voti possibili. Non è nemmeno una strategia nuova quella di inserire nelle liste candidati stranieri, perché nel Regno Unito viene attuata già da anni dalla sinistra, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti e città che, ormai, sono sotto il controllo di partiti a connotazione non inglese. Il Partito democratico, che da anni insiste sullo ius soli per ampliare la platea elettorale, si sta presentando alle elezioni di maggio a Venezia con una nutrita schiera di esponenti della comunità bengalese, che in quella parte d’Italia, è molto numerosa, e le prime polemiche non sono tardate ad arrivare.
I candidati per il Pd sono Kamrul Syed e Rhitu Miah a Venezia, mentre per le municipalità di Mestre Carpenedo hanno candidato Ali Afay e Sumiya Begum, e a Chirignago Zelarino Tanzima Akter Nisha e per Favaro il candidato è Ali Hossain. “In nome di Allah, il Clemente, il Misericordioso. Pace a tutti voi Marghera – Venezia. Per le prossime elezioni del consiglio della municipalità, sono stati nominati due candidati del partito Pd per la comunità bengalese. Apponete un segno di croce sul simbolo del Partito democratico Pd e scrivete i nomi dei candidati sulla lista di Marghera”, si legge in un manifesto elettorale in bengalese che circola da qualche giorno. In Italia è naturale che un cittadino che ottiene la cittadinanza del nostro Paese poi ne diventi cittadino a tutti gli effetti, potendosi pure candidare per esprimere i propri diritti. Ma non esiste reciprocità in tal senso col Bangladesh, perché sebbene l'Italia permetta di avere più passaporti senza problemi, il Paese asiatico adotta una politica molto più restrittiva e, in molti casi, il governo di Dacca non riconosce pienamente il doppio status. Questo significa che, per ottenere la cittadinanza bengalese, lo Stato potrebbe pretendere che uno straniero rinunci formalmente alla sua cittadinanza, inclusa quella italiana. E anche qualora fosse possibile mantenere entrambi i passaporti per risiedere o lavorare, la legge per candidarsi a cariche pubbliche è severa. Per partecipare attivamente alla vita politica e ricoprire ruoli istituzionali, il Bangladesh richiede solitamente una lealtà esclusiva allo Stato. Di conseguenza, un “italiano candidato” cesserebbe di essere tale agli occhi della legge, diventando a tutti gli effetti un cittadino bengalese unico, avendo dovuto sacrificare la cittadinanza originaria per soddisfare i requisiti di eleggibilità.
Le premesse di questa candidatura sono state esplicitate nella conferenza che si è tenuta al teatro Dante di Mestre. “La moschea si farà a Mestre e chi fa propaganda per il no, ignora che si tratta di un diritto”, hanno detto dal palco. Chi fa propaganda sulla costruzione di una moschea, invece, ignora che l’Islam non ha siglato alcun accordo con lo Stato italiano, a differenza di tutte le altre confessioni. Il che pone la religione islamica in una condizione di basso potere contrattuale per la realizzazione dei luoghi di culto: la Costituzioni italiana garantisce libertà di culto ma esistono leggi e regole che non possono essere bypassate e queste ricadono anche sull’urbanistica cittadina. Lo Stato italiano ha stipulato 12 intese principali con confessioni acattoliche (Valdesi, Avventisti, Ebrei, Battisti, Luterani, Ortodossi, Mormoni, Apostolica, Buddista, Induista, Soka Gakkai, Chiesa d'Inghilterra), approvate con leggi parlamentari che regolano culti, contributi e enti. Per la moschea di Mestre serve cambio da zona produttiva a F (servizi collettivi), valutato dal Comune: senza intesa, non ci possono essere automatismi. L’opposizione politica del centrodestra ha finora bloccato le varianti al Prg e la Corte Costituzionale, con la sentenza 99/2016 ha confermato che l’Italia garantisce il culto libero, ma i piani regolatori prevalgono per ordine pubblico e urbanistica.
“Negli Stati avanzati non si parla di integrazione ma di tutela delle minoranze, qui si continua a costringere le persone a organizzarsi in deroga alle norme urbanistiche per pregare”, ha dichiarato Marco Ferrero. La Lega da settimane ha organizzato una campagna elettorale che prevede l’affissione di manifesti anti-moschea sugli autobus. Uno slogan semplice in vista del voto: “No moschea. Vota Lega”. Ma se dalle parti del Pd si rivendica il diritto di fare campagna sulla costruzione della moschea, allo stesso modo da quella parte vogliono impedire alla Lega di fare una campagna in senso opposto. “Si tratta d'uno slogan in contrasto con la nostra Costituzione che all'articolo 19 afferma che ‘Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associatasi, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buoncostume’ e all'articolo 20 che ‘il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d'una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività’”, ha dichiarato Sumiya Begum, ignorando proprio la mancanza di un’intesa con l’Islam ma chiedendo la rimozione dei cartelli. “Chi si candida ad amministrare la nostra città dovrebbe in primo luogo rispettare il diritto di parola e di libera espressione di chiunque, compresi gli avversari politici.
Le critiche alla campagna Lega contro una nuova moschea in città, così come la richiesta di rimozione dei nostri manifesti dai mezzi pubblici, sono irricevibili. Noi non abbiamo paura e non ci faremo intimidire: i nostri unici giudici saranno i veneziani e le loro scelte alle urne”, hanno dichiarato dalla Lega.