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Femminicidio, le anime del governo

La norma sul "consenso" ha avuto l’unanimità, ma le posizioni sono differenti

Femminicidio, le anime del governo
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La norma sulla violenza sessuale (meglio: sul «consenso libero e attuale») è uscita dal bozzolo di un’unanimità di facciata e sarà riscritta per prevenire ogni paventato disastro giuridico. La discussione che ne seguirà, si spera prolifica, dividerà in posizioni che tenteremo di individuare ma che dovranno scontrarsi anche con un problema che nessuno ammette volentieri: la norma, quella bocciata, non assomigliava affatto alle normative «più avanzate», anzi, ci avrebbe reso il Paese con la normativa più woke d’Europa in materia, o, a parere delle proponenti, più all’avanguardia. Non per ideologia: per struttura tecnica. I modelli spesso citati (Spagna, Danimarca, Svezia, Belgio, Regno Unito) non hanno nulla che somigli al nostro «consenso attuale»: nessuno chiede un consenso «esplicito» o «continuo» oppure è costruito sulle intenzioni o sugli stati emotivi; le normative di riferimento (Danimarca in primis, Regno Unito per tradizione) restano imperniate sul reasonable belief, ossia la necessità che il giudice provi l’assenza di consenso ma anche che l’imputato ne fosse consapevole. Niente stupratori ignari, insomma.
In Commissione la pensavano diversamente. Le relatrici Carolina Varchi e Michela Di Biase, una di destra e l’altra di sinistra, si erano pienamente incontrate su una riscrittura radicale del concetto di consenso e le loro dichiarazioni pubbliche sembravano univoche: la Varchi ha parlato esplicitamente di «cambio di paradigma» e la Di Biase di «svolta culturale» e «passo di civiltà».
Non mancava, indubbiamente, una matrice anche pedagogica che insegnasse come vivere la sessualità oltre a disciplinare ciò che fosse penalmente rilevante.
La leghista Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia, è la figura più tecnica perché gestisce il calendario, le audizioni, gli emendamenti e decide quando il testo andrà in Aula. Ora, per rimodellare la norma senza cambiarla troppo, ha detto che la doterà di una «cascata di aggravanti» per ampliare lo stesso perimetro che prima si affrontava più frontalmente: vulnerabilità, alterazione, squilibri di potere, tutte categorie elastiche e difficili da verificare in tribunale. Potrebbe sembrare un gioco delle tre carte, ma sarebbe coerente con l’intransigenza della Bongiorno che nel 2012 propose una legge che prevedeva l’ergastolo obbligatorio per il femminicidio, un automatismo punitivo che difficilmente la Corte Costituzionale avrebbe accettato. E sorge qui l’arcano politico che tutti hanno notato: la Bongiorno è stata piazzata in Commissione Giustizia da Matteo Salvini, che ora è stato anche il primo a bocciare la sua norma, per quanto, pure, annoveri la Bongiorno come suo avvocato; possibile che sul consenso siano così inconciliabili? Risposta: sì. Il leader leghista si affida anche a consulenti delle Camere Penali e ad avvocati e magistrati amici suoi: è questo l’ambiente che l’ha avvertito che una norma fumosa (piena di stati mentali e fattispecie elastiche) poteva tradursi in una bomba giuridica e quindi in caos giudiziario, possibili «vendette personali», discrezionalità incontrollabili e intasamento dei tribunali; una sorta di garantismo praticone, diversamente dalla Bongiorno, che resta diffidente verso una magistratura che già oggi appare troppo oscillante nell’interpretazione delle norme.


Ci sarebbe infine il guardasigilli Carlo Nordio, giurista che sui pilastri del diritto (dolo, tassatività, fatti e non percezioni) non transige: il «consenso attuale» a suo dire sposta il reato sul terreno psicologico e rende incerta la prova della consapevolezza: toccare questi pilastri rischia di snaturare il codice, e Nordio, semplicemente, non lo accetta.

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