L'anno scorso il predecessore di Marco Calì (nella foto piccola sotto) alla guida dello Sco, Vincenzo Nicoli, aveva lasciato una frase secca: «La criminalità giovanile sarà il problema dei prossimi vent'anni». Calì, oggi dirigente del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, non la smentisce. Anzi, dall'osservatorio nazionale che coordina tutte le Squadre Mobili d'Italia, vede conferme quotidiane.
Napoletano, in Polizia dal 1996, Calì, oltre a rappresentare una delle menti più lucide del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, è uno che il crimine lo ha combattuto prima sul territorio e ora lo analizza a livello nazionale. Vanta infatti un curriculum di ferro: ha diretto la Mobile a Vicenza, Padova, Trieste, Genova e Milano, dove ha gestito indagini pesanti su criminalità organizzata, spaccio e reati predatori, quasi due anni da questore a Como, prima di approdare allo Sco. «Non demonizziamo una generazione - premette subito Calì -. Le nuove leve hanno energie, potenzialità, idee e una visione del mondo positiva, internazionalizzata, propositiva, che onestamente dà fiducia nel futuro. Hanno capacità che noi non avevamo. Ma c'è anche una parte consistente numericamente più impattante rispetto al passato che produce devianza. E questa devianza si manifesta con modalità nuove, aggressive, tecnologiche».
Il terreno comune è sempre lo stesso: disagio sociale, deficit scolastico, famiglie fragili o assenti. Ragazzi che trovano nel gruppo un senso di appartenenza. Un gruppo fluido, non stabile, che si forma e si dissolve alla velocità del web, che si sposta tra province limitrofe senza radicarsi. «Non c'è ideologia politica dietro», sottolinea Calì. «È tutta un'altra cosa».
La composizione è trasversale: italiani, stranieri, seconde generazioni. I gruppi sono inclusivi, mescolati, proprio perché questa generazione è aperta e interconnessa grazie ai social. La violenza diventa lo strumento di riscatto sociale, di rivalsa, di conquista di posizione. Non sempre per rubare qualcosa: spesso è vandalismo, botte, umiliazioni fini a se stesse.
Al Nord prevale questa forma di devianza di strada, imprevedibile, amplificata mediaticamente. Al Sud si aggiunge una declinazione più legata alle organizzazioni criminali: minorenni e appena maggiorenni integrati nelle paranze o usati come vedette nelle piazze di spaccio, con atteggiamenti già camorristici. Fenomeni che un tempo sfruttavano la maggiore «tolleranza» del sistema penale minorile e che oggi, con norme più stringenti, si sono in parte ridotti ma non scomparsi.
Il dato oggettivo è l'aumento dei reati commessi da minori, soprattutto con uso di armi. I coltelli in particolare sono diventati quasi normali: non solo possesso, ma strumento di comunicazione. «Nella loro idea sbagliata, l'arma valorizza il concetto di rispetto e di miglioramento sociale», dice Calì.
Da dirigente dello Sco Marco Calì vede arrivare i segnali da tutta Italia. Il fenomeno non è più confinato nelle grandi città: si è esteso a centri medi e piccoli, dove gruppi fluidi arrivano improvvisi, commettono episodi violenti e ripartono. Operazioni mirate, monitoraggio social, interventi per spezzare aggregazioni pericolose: la Polizia fa la sua parte investigativa e repressiva.
Ma Calì è netto: «Da sola non basta». Serve un impegno straordinario di tutta la società. Famiglie, scuole, agenzie educative, servizi sociali devono lavorare all'unisono per offrire alternative reali alla violenza come unica modalità di riscatto.
Altrimenti il problema generazionale rischia di diventare cronico».Calì lo ripete con il piglio di chi ha visto troppo: dietro la lama o il pugno c'è quasi sempre un ragazzo fragile che cerca, nel modo sbagliato, di esistere.