La sicurezza non è un tema di destra o di sinistra. È un diritto umano elementare, perché senza sicurezza non c'è vita degna, libertà, nemmeno uguaglianza. Si può discutere di tutto, ma non del diritto di tornare a casa vivi. Eppure, ogni volta che il tema entra nel dibattito pubblico, la sinistra italiana reagisce come se qualcuno avesse bestemmiato in chiesa: si indigna, protesta, accusa il governo di repressione, fascismo, autoritarismo. Poi si stupisce se la gente non le crede più. Il problema, però, è più profondo di una linea politica sbagliata. È una dannazione strutturale. La sinistra è cieca. Ha addirittura tre narici, per schifare meglio l'odore della gente. Vive nel proprio mondo sterilizzato dai problemi quotidiani della popolazione, che va rieducata a capire che la paura di essere accoltellati fuori dalla Stazione Centrale è un problema del cervello bacato delle vittime, vittime della propaganda fascista. Non è distrazione momentanea, quella dei progressisti: è incapacità organica di riconoscere il reale quando disturba la narrazione della Cgil o dell'ex capo di sinistra della polizia, il quale da consigliere per la sicurezza di Beppe Sala diede ragione ai delinquenti maranza del Corvetto, incolpando i carabinieri per aver fatto il loro dovere.
Segnalo qui quattro «spiritose invenzioni», come Goldoni chiamava elegantemente le balle. I cittadini non riescono più a digerirle, ed è anche per questo che la sinistra diventa invotabile per i cittadini che circolano per le strade trattati come deficienti dai progressisti ciondolanti nei salotti televisivi.
Primo punto: l'immigrazione. La sinistra continua a negare qualunque legame tra immigrazione e criminalità, non per amore della verità ma per obbedienza al politicamente corretto. Nei giornali si evita accuratamente di indicare l'origine dei delinquenti, convinti che tacere un dato serva a «non suscitare odio». Il risultato è l'opposto: la gente capisce che qualcosa viene nascosto e smette di fidarsi. Non è razzismo voler sapere chi delinque. È buon senso. Il razzismo comincia quando si mente.
Secondo punto: la favola dell'«insicurezza percepita». Una trovata linguistica geniale per screditare i fatti. Se hai paura non è perché ti scippano, ti rapinano o ti accoltellano: è perché percepisci male la realtà. In pratica, sei tu il problema. Non il criminale. Non la banda. Non il giudice che li rimette in circolazione dopo un'ora. È un rovesciamento perfetto: la realtà diventa opinione, l'opinione diventa colpa.
Terzo punto: l'ostilità verso qualunque misura di controllo. Ogni rafforzamento delle leggi è «repressione». Ogni tutela delle forze dell'ordine è «violenza di Stato». A Milano abbiamo visto assessori per la sicurezza prendersela con i carabinieri invece che con i maranza. In Francia e Germania lo schema si ripete. Nei Paesi nordici, Danimarca in testa, la sinistra governa e fa politiche severe senza piagnistei ideologici. Evidentemente si può essere progressisti senza essere irresponsabili. Ma non da noi.
Quarto punto: la difesa sentimentale dei delinquenti. Sui social si celebrano i diritti del rapinatore: alla salute, al lavoro sereno, alla dignità. Se il derubato reagisce e il ladro si fa male,
scatta l'applauso per il risarcimento. La vittima diventa colpevole, il colpevole una creatura da proteggere. È una morale capovolta che non ha nulla di umano: è semplicemente ostile alla realtà.
E qui arriviamo al nodo politico. Come pensa la sinistra di tornare credibile sulla sicurezza, quando tiene dentro l'alleanza un'estrema sinistra che manda al Parlamento europeo Ilaria Salis, premiata con un seggio non per meriti legislativi ma per l'abilità nell'occupare case altrui? Che messaggio arriva a chi lavora, paga un mutuo, rispetta le regole? Che violarle conviene. Che l'illegalità, se ideologicamente giusta, diventa curriculum. Poi ci si stupisce se il popolo vota altrove.
La sicurezza è un diritto dei deboli, non dei forti. Schlein e Conte hanno un bel dire che la destra governa da tre anni e mezzo e che l'insicurezza non è sparita. È vero. Ma il cittadino non pretende miracoli: pretende di tornare a casa intero. E fa un confronto elementare, non ideologico. Da una parte chi gli spiega che la paura è una costruzione mentale e che il rapinatore è una vittima del sistema. Dall'altra chi, con tutti i limiti del caso, prova almeno a stare dalla parte di chi subisce.
La sinistra può continuare a non sentire l'odore della realtà: è una sua dannazione storica. Poi però non si lamenti se il popolo, invece di votarla, stringe il portafoglio, accelera il passo e sceglie chi gli promette una cosa minima e decisiva: tornare a casa vivo.