Lui c’è. Potete raccontarvi che non sia il grande convitato di questo referendum, potete fingere che non sia esistito: la sinistra, in particolare, può continuare a rimuoverlo per salvarsi l’anima (dopo avergliela predata) e la destra può fare la stessa cosa per non confessare la vigliaccheria di allora, e può inventarsi, magari, che il suo nome non giovi alla causa. C’è un intero sistema politico che ha costruito carriere, identità e legittimazioni sull’oblio di quel nome impronunciabile, perché il solo nominarlo smaschera l’inganno fondativo della Seconda Repubblica: l’idea che si possa rifare un Paese non solo distruggendo un uomo che, quel Paese, lo fece grande, ma anche delegando la politica alla giustizia e, in particolare, a una giustizia che, se fu ingiusta con lui, figuriamoci come potrebbe esserlo con noi. Con ciascuno di noi.
Craxi è già passato alla Storia, mentre altri, col referendum, ne hanno l’occasione.
Molti sono ancora invischiati nella cronaca opportunistica, nelle conversioni tardive, nelle memorie selettive, gente che 33 anni dopo ti parla di Garlasco: Craxi disse ciò che andava detto quando andava detto, quando significava isolamento, solitudine, dannazione, lo fece sulla giustizia (e sull’Italia, sull’Europa) quando mancavano cinque anni all’adozione dell’euro, e non esisteva Google, non esistevano gli sms, in Italia solo 250mila persone usavano Internet; sinistra e destra hanno taciuto quando conveniva, hanno applaudito quando conveniva, scagliato monetine quando conveniva, si sono smarcati quando conveniva, e, oggi, parlano di giustizia come di un tema neutro, come se non avessero contribuito a deformarla, usarla, idolatrarla.
Ora però c’è l’occasione per ricominciare da capo, dal riformismo mancato, dal referendum Tortora del 1987, che fu tradito, e dal Codice del 1989, che lo fu altrettanto: non glieli perdonarono, a Craxi. Ma aveva ragione lui. Lo sappiamo, perciò siamo ancora fermi ad ascoltare i suoi discorsi del 1992-1993, in Parlamento, laddove certo, si difendeva, ma soprattutto avvertiva. Molti hanno impiegato trent’anni, a capire: ma altro che comitati, altro che testimonial molto improbabili, altro che strategie e sondaggi dell’ultim’ora: questo referendum è una saldatura diretta una stagione durata più di trent’anni, e, oggi, i giochi sono fatti, l’inconscio non mente. Per questo rimuovere Craxi, oggi, è viltà storica, non prudenza.
Craxi è seduto sulla riva del fiume (il Lete, fiume dell’oblio) e guarda un Paese che a lungo è rimasto immerso in un’acqua torbida che lavava responsabilità e genealogie: sta ancora scrutando, Craxi, chi ha sostituito la politica con la morale e chi ha scoperto le garanzie quando ha cominciato a temere per sé: ma va bene così, all’uomo di Sigonella va bene passare per il grande espulso, per il capro espiatorio di chi l’ha rimosso per potersi raccontare innocente; Craxi guarda tutti dalla stessa distanza e ha già attraversato il confine che separa la politica dalla Storia, e sa che l’oblio non assolve, ma rinvia soltanto. E lo realizza prima di quando lui avrebbe creduto, forse: perché non faranno una via Craxi, a Milano, ma forse faranno le sue riforme, a Roma. Anche se troppi piccoli uomini cercano ancora di lavarsi le mani (pulite?) nel Lete, o nello Stige, nell’Acheronte, nel Tevere delle cadute e dei corpi gettati, in acque che senza distinzione divoravano i figli peggiori e migliori.
Nella mattinata del 21 gennaio 2000, durante il funerale, nella cattedrale di Tunisi, c’erano seicento posti a sedere e oltre mille persone in piedi, voli dall’Italia raddoppiati più tre charter da Roma e Milano e Reggio Calabria. Silvio Berlusconi era venuto con un suo volo privato.
Il presidente del Consiglio, che era Massimo D’Alema, aveva offerto i funerali di Stato, e funerali di Stato furono: ma dello Stato tunisino, perché i funerali di Stato non puoi farli in un altro Stato; le divise del picchetto erano berbere, le litanie erano in arabo, insomma era uno stato Arabo: e chissà che Bettino, anche lì, abbia cercato di dirci qualcosa.
Intanto ci accontentiamo di piangere un uomo di Stato tra i più solidi e dignitosi, con un grandissimo senso della nazione e delle sue istituzioni, con un senso della patria radicato e autentico, conosciuto e rispettato in tutto il pianeta, un uomo esiliato all’estero che si era reso latitante per due condanne emesse in nome del popolo italiano da uno dei tre poteri dello Stato di diritto, il potere giudiziario, un potere che sappiamo squilibrato, un peso senza contrappeso. Craxi era la politica. Forse la politica sta tornando.