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Meloni, come si costruisce una leadership

La presidente del Consiglio ha capito che per vincere bisogna spostarsi a destra, ma per governare occorre stare al centro: un equilibrio difficile ma che per ora è stato la sua forza

Meloni, come si costruisce una leadership
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Giorgia Meloni è leader di partito e leader di governo in quel “bipolarismo muscolare” (L. Dini) che caratterizza l’Italia dagli anni ’90. Si tratta di due categorie (partito e governo) che hanno consentito la formazione di una leadership capace di plasmare tanto la massa quanto i poteri di Stato perseguendo però sempre una “strategia dell’equilibrio”, tanto in politica interna quanto in politica estera. Il partito è il mezzo, il governo è il fine. Tra i due la “strategia della determinazione”: ricreare una struttura partitica di massa, organizzata ma verticistica, capace di penetrare come un monolite all’interno dello Stato. Una leadership che nasce dal basso – alla periferia dell’impero berlusconiano – e si fa forte di tre elementi: identità, coerenza e linguaggio diretto. Fonda un partito di minoranza e lo porta ad essere un partito di maggioranza relativa. La società di massa è liquida ma la ragione del successo è che Meloni è popolare: la sua è una storia da underdog.

A Palazzo Chigi intuisce, sorprendendo tutti, che per fare gli interessi dell’Italia è necessario coltivare gli affari esteri. Nasce la politica estera “pragmatica” di Meloni: coniugare la sovranità nazionale con una visione euroscettica ma atlantista. La fortuna che viaggia assieme alla virtù l’assiste, i governi delle principali capitali europee sono segnati da una forte instabilità, l’Italia per una volta non è il malato da monitorare. Intuendo la storica occasione si incunea nella crisi europea, porta l’Ecr in area di governo e indica Raffaele Fitto commissario. I conti migliorano, le agenzie di rating promuovono la stabilità del Paese, Meloni traccia la rotta e vara la riforma della giustizia, la storica battaglia del centro-destra. Alza il calice ma non esulta, il referendum non dovrà essere politicizzato.

La guerra in Ucraina e la vicenda della Groenlandia logorano il rapporto tra Ue e Usa. La premier media e si ritaglia un ruolo di pontiere tra le due sponde dell’Atlantico: e la leadership cresce per carattere e per coraggio. Trump guarda a lei come a una politica fuori dagli schemi (cioè non appartenente al tradizionale establishment europeo terzomondista ed ecologista). Dietro una svolta politica così solida c’è anche un retroterra culturale: nella libreria Tolkien, Scruton, De Benoist, Benedetto XVI.

Più che il ministero della Cultura il vero centro culturale è il palcoscenico di Atreju. Il luogo dove ormai si misurano pesi e contrappesi del potere meloniano. Ritira il premio Thatcher e cita Giovanni Paolo II e mentre osserva il “Tevere più largo” getta le basi di un euro-conservatorismo all’italiana. “Meloni ha ricostruito una comunità”, ha detto recentemente Gianfranco Fini. In quella frase c’è tutto: passato, presente e futuro di un mondo complesso e articolato.

La leadership – insegnava Kissinger – deve agire su due coordinate: l’asse tra passato e futuro e l’asse tra i valori profondi e le aspirazioni dei popoli governati. Meloni ha capito che per vincere bisogna spostarsi a destra, ma per governare occorre stare al centro: un equilibrio difficile ma che per ora è stato la sua forza.

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