Liberato un assassino, ma Fede e Mora in cella

Altro che Kazakistan e la farsa dei diritti umani calpestati. Vogliamo indignarci anche per i diritti negati a noi italiani non di sinistra?

Se Emilio Fede avesse scelto di vivere con più serenità i secondi cinquant'anni della sua vita, si sarebbe risparmiato un mucchio di guai e scocciature. Ma ciò non giustifica in alcun modo la condanna, sette anni di carcere, che il tribunale di Milano gli ha inflitto ieri nel processo che lo vedeva imputato insieme a Lele Mora (sette anni pure a lui) e a Nicole Minetti (cinque).

Pene pesantissime, assurde per una vicenda (le serate ad Arcore ospiti di Silvio Berlusconi) che mai avrebbe dovuto - e potuto, in un Paese normale - varcare la soglia di un Palazzo di giustizia. In questa sentenza non c'è giustizia ma solo odio, politico e personale. E l'arroganza di una procura, quella di Milano, diventato uno Stato nello Stato che non ha voluto ammettere che l'inchiesta cosiddetta Bunga Bunga era una bufala, per di più condotta con metodi da dittature comuniste: il presidente del Consiglio e decine di ragazze in cerca di un ascensore sociale (e per questo all'epoca ben contente di frequentare la corte di Lele Mora) spiati e intercettati nella loro libera vita privata.

Se pensiamo che ieri è stato scarcerato il marocchino che nel milanese dopo aver investito e ucciso una ragazza si era dato latitante per sette giorni, cercando di far sparire le prove, ecco, se paragoniamo le numerose vicende di questo genere ai sette anni a Fede, vengono i brividi. Per certi giudici è meno grave uccidere e scappare che passare una serata ad Arcore dove nessuno ha fatto male a una mosca. Ormai in carcere devono finire solo Silvio Berlusconi, i suoi amici, i suoi direttori, gli imprenditori che gli sono stati vicini (che senso ha la retata dei Ligresti quando per il Montepaschi nessuno ha fatto un giorno di cella?).

Altro che Kazakistan e la farsa dei diritti umani calpestati. Vogliamo indignarci anche per i diritti negati a noi italiani non di sinistra? Non facciamoci abbagliare: chi umilia l'Italia non è Angelino Alfano, ma la procura di Milano e il suo tribunale. La vergogna non è la strana vita di Emilio Fede, che è sua e solo sua, ma una sentenza etica e pazzesca che vuole colpire ciò che Fede ha rappresentato in questi anni.

Dolce e Gabbana hanno chiuso i loro negozi di Milano per «indignazione» contro il soviet di Pisapia. Il 30 luglio, data della sentenza decisiva per Berlusconi, si avvicina. Prepariamoci a fare altrettanto contro il soviet della giustizia.

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
ilGiornale.it Logo Ricarica