È sacrosanto votare due giorni, perché la democrazia è una cosa seria e gli italiani hanno tante cose da fare. Però andrebbe vietato l'uso del cellulare durante il referendum. Non tanto per le foto opportunity di politici e giornalisti (ormai c'è anche questa moda) ritratti ai seggi sorridenti con la loro scheda nell'urna, né perché la rete si sia riempita di foto della scheda - che sarebbero vietate - per mostrare ad esempio alla comunità islamista come votare, cioè No, come è capitato ieri. Ma perché l'attesa del risultato per i cosiddetti esperti diventa un incubo per chi, come me, è abituato a commentare le cose che succedono e non quelle che succederanno. Ma ormai anche 24 ore sono troppe per il sistema mediatico. E così ieri mattina è cominciata, dopo il primo dato sull'affluenza fortunatamente un po' più alta del previsto, la corsa a chi sapeva già il risultato. Fantomatici sondaggi, fantozziane soffiate da gente «che sa», iperboliche ricostruzioni di flussi elettorali. E, come nel celebre film con Totò Destinazione Piovarolo, dove un piccolo sasso caduto sui binari si trasforma in una frana, a ogni tweet o messaggio WhatsApp con una verità sull'esito del referendum segue un effetto domino che travolge sistema politico e mediatico.
Fino a quando gente che non senti da quindici anni ti manda l'esito finale del voto. Quello che, per fortuna, decideranno solo gli italiani. E si saprà solo oggi, in serata. Come è sempre stato dalla nascita delle democrazie, dal referendum su monarchia o Repubblica, e come sempre sarà.