“Put...na ebrea!”. È uno degli insulti lanciati all’indirizzo di una signora con un cartello “Auschwitz” in mano. Uno degli insulti che hanno configurato l’orribile aggressione, da parte di una componente della militanza “antifascista”, nel corso delle contestazioni rivolte alla rappresentanza ebraica (o ritenuta tale) nel corteo di Milano il 25 aprile
Il nuovo agghiacciante particolare è emerso ieri sera, alla Casa della Memoria, nel corso della riunione del Comitato antifascista di Milano, la prima dopo la disastrosa giornata in cui lo spezzone della Brigata ebraica, della Sinistra per Israele e dei giovani dissidenti iraniani (ma sfilavano anche i giovani di Forza Italia ed esponenti di altri partiti, trasversali) è stato cacciato dalla manifestazione che celebra la Liberazione.
L'episodio dell'insulto è stato raccontato da Dario Venegoni, presidente dell’associazione dei deportati Aned, che certo non può essere considerato ostile all’Anpi o alle altre componenti di sinistra del Comitato, ed è stato riportato da Davide Romano, direttore del Museo della Brigata ebraica, parte dello spezzone che è stato preso di mira dagli insulti di qualcuno, particolarmente esagitato, e dalla accesa contestazione di molti, migliaia di persone che hanno dato seguito al proposito – annunciato alla vigilia dai centri sociali e dalle organizzazioni pro Pal – di “cacciare i sionisti” dal 25 aprile, il tutto mentre il grosso del corteo, a partire dai servizi d’ordine di Anpi, Cgil e partiti, si è voltato dall’altra parte.
L’insulto all’indirizzo della signora fa il paio con quello (“saponette mancate”) che Lele Fiano (ex presidente della Comunità ebraica, oggi Pd) ha denunciato in tempo reale di fronte alle agenzie e ai cronisti, mentre era in corso l’aggressione verbale, rimasta tale, senza scontri o feriti, grazie alle forze dell’ordine. Nel corso della riunione di ieri sera, molto tesa, Marco Brandi, in rappresentanza degli Internati militari, ha aggiunto: “Uno voleva aggredirci perché ha pensato che gli internati fossero ebrei”.
La denuncia di Romano, resa pubblica, non è stata smentita, anzi ha trovato riscontri e conferme. Eppure l’Anpi e le altre componenti di sinistra, al di là di una rituale, flebile “condanna” degli atti o degli insulti antisemiti, hanno portato avanti una ricostruzione elusiva, tesa ad attribuire la responsabilità del disastroso esito del corteo alla rappresentanza della Brigata ebraica, ai suoi movimenti o alle sue bandiere. Le insegne storiche della formazione ebraica che combatté in Italia nel 1945 inquadrata nell’esercito inglese, infatti, recano la stella di David, incastonata tra due bande blu, verticali, od orizzontali esattamente come nella bandiera di Israele, Stato che nel 1945 non era ancora ufficialmente nato.
Proprio le bandiere come “provocazione” sono state – anche ieri sera - un pretesto per chi ha cercato di giustificare la cacciata della Brigata, rivendicata per esempio dal rappresentante dell’Arci, Maso Notarianni, che non ha espresso solidarietà ai gruppi espulsi. Anche gli iraniani che - a suo dire – portavano bandiere “dello scià” quindi, in sostanza, è bene che siano "usciti". Ma il leone e il sole senza la corona, sono in realtà simboli persiani da molto prima che andasse al potere la famiglia dell’ultimo monarca iraniano. E al corteo, è documentato, sono state portate bandiere di ogni tipo: della Repubblica islamica dell’Iran, ma addirittura di Hamas, di Hezbollah o delle “repubbliche” fantoccio costruite dalla Russia nell’Ucraina occupata.
“Nonostante l’aggressività di diverse persone presenti alla riunione – commenta Romano - ribadisco il mio impegno all’unità nel rispetto di regole uguali per tutti. Ovvero o nel corteo si prendono solo bandiere di chi ha partecipato alla Liberazione (dalla Brigata ebraica ai partigiani) o ognuno porta le bandiere che vuole (da quelle palestinesi a quelle iraniane)".
Alla riunione hanno partecipato, invitati probabilmente dall’Anpi, alcuni esponenti dei gruppi ebraici “antisionisti” o “pacifisti”, la cui accoglienza favorevole avrebbe dovuto testimoniare la natura non antisemita delle contestazioni di massa rivolte alla Brigata ebraica. La tesi, oggi molto gettonata, però non fa che confermare un quadro culturalmente deteriorato per cui in pratica, a sinistra, oggi, sugli appartenenti alla Comunità ebraica grava una sorta di onere invertito che rende necessaria una esplicita presa di distanze da Israele, possibilmente con le formule dogmatiche usate dalla narrazione dominante, conformista e intollerante (il “genocidio”, “l’apartheid”, la “pulizia etnica”) .
La riunione milanese conferma l’enorme difficoltà incontrate dal fronte antifascista, ormai anche quello di Milano, nel tenere insieme la formula del 25 aprile gestito o egemonizzato dall'Anpi, più che dalle istituzioni. Una formula che oggi appare travolta dagli oltranzismi e dal populismo fuori controllo dei pro Pal, che le forze più responsabili – le poche rimaste – non riescono più a contenere, mentre altri, Anpi e non solo, assecondano deliberatamente i settarismi. A manifestare disagio anche Ivan Scalfarotto, che ha parlato della “paura” che molti hanno provato a Milano, testimoniando a sua volta la circostanza degli insulti ("sionista di m...") ma anche l’atteggiamento settario di chi ha preteso di decidere “chi ha diritto a partecipare e chi no”.
“Se qualcuno, una componente che si riconosce pienamente nella democrazia e nella Costituzione, viene costretta a lasciare, allora c'è un tema democratico" commenta Luca Aniasi, presidente della Fiap, i partigiani azionisti e liberalsocialisti. "Io, come noto - osserva - ero e sono più favorevole a una manifestazione ‘no flag’, senza bandiere attuali che possono indurre a polemiche infinite o scontri sull’attualità.
Detto questo, con ciò che si è visto, trovo surreale che l’unico spezzone a cui si deve imporre quali bandiere portare sia quello ebraico. Occorre recuperare con urgenza lo spirito originario della manifestazione, per evitare che quel che è accaduto possa ripetersi”.