Il referendum della Giustizia del 22 e 23 marzo ha eco anche al di là del confine italiano, come dimostra l’articolo comparso su un settimanale cattolico sloveno, che si è nettamente posizionato per il “Sì”. Il primo obiettivo della riforma, scrive il settimanale, “è il completamento del superamento del precedente sistema giudiziario, in vigore durante il fascismo, in cui il pubblico ministero e il giudice facevano parte dello stesso organismo e rappresentavano lo Stato (sistema inquisitorio), e la sua trasformazione in un sistema democratico che garantisce i diritti umani, tra cui il diritto a un processo equo è fondamentale”. Tale sistema, aggiunge, “presuppone che le posizioni del pubblico ministero e del giudice siano separate, in modo che il pubblico ministero e la difesa siano in una posizione paritaria davanti a un giudice imparziale e indipendente”.
Ma oggi “giudici e pubblici ministeri siedono negli stessi edifici, scrivono le sentenze sulla base delle stesse indagini o dei loro colleghi e in molti casi decidono sugli stessi organi”. Il primo pilastro della riforma è la separazione delle carriere. È un principio di buon senso: il giudice deve essere una figura terza, equidistante tra l'accusa e la difesa. L'articolo sloveno solleva una questione di un'evidenza disarmante: “Nessuno di noi vorrebbe partecipare a una partita in cui il giudice è lo stesso compagno di squadra dell'avversario”.
L'autore, Samo Sanzin, scrive che l’attuale sistema è il “tragico abuso della legge nel procedimento penale” che risale al 1988. Secondo quanto si legge nell'articolo, questa vicinanza produce effetti devastanti perché il “55% dei procedimenti” si conclude con un'assoluzione, segno che i giudici spesso “non giudicano, ma inviano al processo imputati sulla base delle aspettative del pubblico ministero”.
Sanzin scrive che i magistrati tendono a “coprire i colleghi dell'accusa” per evitare loro valutazioni negative, causando una durata eccessiva dei processi e una pioggia di richieste di risarcimento per “custodia cautelare ingiusta”. In merito alla responsabilità dei magistrati, Sanzin riporta dati che definisce “inquietanti”.
Si legge che nel 2024 il CSM ha archiviato o sospeso il “96,6% dei procedimenti disciplinari”, trasformando il giudizio sui colleghi in un atto inevitabilmente “parziale”. L'autore sottolinea come per le decisioni negligenti che rovinano famiglie e carriere “nessuno risponde mai ai danni degli imputati indebitamente accusati”, poiché per il sistema la statistica degli errori semplicemente “non esiste”.
L'analisi si chiude ricordando che questa riforma non ha colore politico, citando i nomi di chi, come Serracchiani, D'Alema o Rutelli, in passato sosteneva la separazione delle carriere. Il voto di marzo, conclude Sanzin, è l'unica via per avere finalmente giudici che “non siano legati a nulla” se non alla corretta applicazione della legge.