Nessuna sospensione cautelare urgente della deliberazione del governo Meloni con la quale è stata fissata per i giorni 22-23 marzo prossimo la data di celebrazione del referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, relativamente alla Legge costituzionale concernente "Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare". Il Tar del Lazio, con un decreto cautelare monocratico nell'ambito di un ricorso proposto dal "Comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia", ha stabilito che - per il momento - resta valida la decisione assunta dal Consiglio dei Ministri lo scorso 12 gennaio: si andrà a votare per il Sì o per il No alla legge Nordio tra poco più di due mesi.
Anche perché ieri sera il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha firmato il decreto presidenziale (Dpr) di indizione del referendum inizio primavera, nonostante avesse tempo fino al 17 gennaio per legge. La decisione di non tardare la firma (obbligata) è arrivata a seguito dell'invio della lettera presso il Quirinale firmata da 15 avvocati ed ex magistrati che hanno promosso la raccolta popolare di firme per il referendum sulla riforma costituzionale. Il Capo dello Stato è stato informato che loro avrebbero depositato subito dopo un ricorso al Tribunale amministrativo regionale contro la delibera del Cdm che lunedì pomeriggio aveva fissato la data del voto sulla separazione delle carriere.
La speranza del gruppo dei 15 giuristi sperava che il Tar si potesse pronunciare prima della firma di Mattarella, per evitare strumentalizzazioni. Ma così non è stato e, quindi, i legali dovranno aggiungere al ricorso dei motivi, sia pure formali, con riferimento al decreto presidenziale, davanti al Tar che comunque ha fissato l'udienza per il prossimo 27 gennaio. Secondo i promotori, il quesito proposto dai parlamentari non consentirebbe "agli elettori di cogliere la profonda revisione di ben sette articoli della Costituzione" introdotta dalla riforma. Il quesito formulato dai ricorrenti "permette di ovviare alla oggettiva evasività del quesito proposto dai parlamentari e chiarisce quanto profondamente incida la riforma sul testo della Costituzione Italiana".
La differenza sarebbe di grosso rilievo dato che solo nel momento in cui la Cassazione avrà certificato le 500mila firme "i ricorrenti acquisiscono lo status di comitato promotore, che configura", a tempo limitato, "un 'potere dello Stato'". La decisione del governo limiterebbe "una delle forme di manifestazione della sovranità popolare".
Senza contare che "i ricorrenti rischiano di essere ammessi come comitato" dopo il voto, dato che la Cassazione su firme e quesito popolare ha tempo per esprimersi fino al 28 marzo 2026. Nel ricorso si anticipa anche l'ipotetica obiezione del governo: "È ben possibile che i tempi di ammissione siano molto più brevi" nel rispetto della Costituzione e dei cittadini.