C'è un dossier che raccoglie altri dossier. E c'è un magistrato che una volta in Parlamento siede nella commissione che indaga su dossier della Direzione antimafia. La stessa che quel magistrato dirigeva prima di diventare onorevole. C'è poi una parte della Guardia di Finanza che indaga sulla Guardia di Finanza. E giornalisti amici di procuratori finiti nell'inchiesta di altri procuratori. Con l'accusa di avere usato, pure loro, file illeciti. Non è uno scioglilingua, è appunto l'Italia di Dossieropoli, la repubblica dei dossier. L'inquietante Paese in cui viviamo da anni e che soltanto adesso prende forma. Una specie di Tangentopoli che non riguarda la corruzione, i lavori pubblici e gli appalti, ma le informazioni. Intese come i dati sensibili che la magistratura e le forze dell'ordine hanno il diritto e il dovere di raccogliere di fronte a ipotesi di reato, ma che vengono trasformati in informazioni pubbliche violando la legge. Fino a creare un sistema in cui è la notizia che genera lo scandalo e non lo scandalo che genera la notizia.
Il problema è che in queste guerre stellari a colpi di dossier, c'è chi vuole farci credere che esista un giornalismo buono, che può fare quello che vuole in barba alla legge, e un giornalismo cattivo. Quello amico di Giorgia Meloni o di chissà chi. Mentre al contrario la ragione di questa battaglia politica è sfuggire alla verità. E impedire che gli italiani sappiano cosa è successo davvero in questi anni.
E quale patto ci sia stato fra una parte delle procure e una certa stampa, pronta a dare lezioni a chi non si genuflette. Ma forse stavolta la verità emergerà. Al netto dei dossier. Forse siamo davvero alle soglie della terza Repubblica. Nata dopo che sarà finita Dossieropoli.