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Senza sicurezza non c'è libertà

È necessario rimettere al centro l'autorità, il dovere, la responsabilità, il limite. Bisogna smettere di chiedere scusa a chi viola la legge e tornare a pretenderne il rispetto

Senza sicurezza non c'è libertà

Gentile Direttore Feltri,

non mi piace la facilità con la quale attualmente la Destra sembra - per superficialità - permettere alla Sinistra di risalire la china in merito al problema della sicurezza, e sì che la disinvoltura con la quale quest’ultima gira le frittate dovrebbe essere ben nota. Come pure non dovrebbe essere difficile ricordare - e quindi “sbattere sul muso” a chi è smemorato o finge di esserlo - che la Sinistra: 1) ha predicato per lungo tempo l’accoglienza a prescindere di chiunque si presentasse al confine senza eccepire alcunché in merito a fedina penale o addirittura a certezza di identità; 2) ha “sistematicamente” fatto da difensore d’ufficio a tutela di immigrati e da pubblica accusa nei confronti dei tutori dell’ordine in tutti i casi ove gli uni e gli altri sono venuti “a contatto” nel corso di un evento criminogeno (caso Ramy, manifestazioni pro Pal e simili); 3) opera in sinergia con “certa” magistratura. E ora, invece, per sopramercato, dopo che la Sinistra, oltre a quanto precede, ha devastato i conti con porcherie tipo Superbonus, ce la dobbiamo pure sorbire quando alza il ditino e accusa la Destra di governo se, e che, “non investe” assumendo personale.
(Detto fra noi): premesso che per me la Presidente Meloni è al livello di Berlusconi quanto a capacita, fossi stato al suo posto durante la conferenza stampa di inizio d’anno avrei puntualizzato meglio che in merito a quella quota di insufficienza e insoddisfazione che lei stessa ha ammesso sulla sicurezza, tenuto conto di quanto sopra, «altro che 3 anni» che occorrono per rimediare.

Caro Alberto,

hai fatto centro con una precisione che fa male. E fa male perché la verità, quando è nuda, brucia. Il problema sicurezza non nasce oggi, non nasce con questo governo e non si risolve con un decreto-tampone, per quanto necessario. Il problema sicurezza è figlio legittimo di un modello culturale, ed è un modello culturale di sinistra. Negarlo è malafede o analfabetismo politico. Per trent'anni ci è stato raccontato che il criminale è una vittima, che la violenza è un disagio, che il delinquente va compreso, che il rapinatore è fragile, che lo spacciatore è marginalizzato, che lo stupratore è frutto di un contesto. Nel frattempo, chi rispettava le regole veniva trattato da fesso. Chi difendeva la legge da reazionario. Chi pretendeva ordine da fascista. E chi chiedeva sicurezza da paranoico. Questo è il disastro. Non giuridico. Antropologico. Abbiamo educato generazioni all'idea che il limite sia un sopruso, che la regola sia un'imposizione, che l'autorità sia violenza. Abbiamo demolito il concetto stesso di responsabilità. In famiglia i genitori hanno abdicato. A scuola gli insegnanti sono stati delegittimati. Nelle istituzioni le forze dell'ordine sono state umiliate. E la magistratura, una parte della magistratura, ha completato l'opera. Risultato? Un senso di impunità strutturale. Un disprezzo diffuso per la legalità. Una percezione del limite azzerata. E quando il limite scompare, la violenza prende il suo posto.

Hai ragione: la sinistra ha predicato l'accoglienza a prescindere, senza controllo, senza identità, senza filtri, senza espulsioni. Ha fatto da avvocato d'ufficio a chi delinque e da pubblico accusatore a chi indossa una divisa. Ha costruito un clima per cui il poliziotto si difende, il criminale si giustifica. Il tutore dell'ordine si processa, il delinquente si comprende. Questo ribaltamento morale è la radice del problema. E oggi, con una faccia tosta degna di miglior causa, gli stessi responsabili del disastro pontificano, alzano il ditino, accusano il governo, chiedono più risorse, come se non fossero stati loro a svuotare lo Stato di autorevolezza, a indebolire la deterrenza, a delegittimare ogni forma di forza legittima. Come si risolve allora il problema sicurezza? Si risolve ricostruendo il principio che tu, caro Alberto, hai colto perfettamente: le regole si rispettano. Punto. Non si negoziano. Non si interpretano. Non si relativizzano. E sì, stiamo pagando il prezzo di lustri di governi di sinistra, di politiche fondate sull'ideologia e non sul bene comune, di una cultura che ha preferito essere buona piuttosto che giusta. E non c'è niente di più pericoloso di una bontà stupida. Meloni, che tu paragoni a Berlusconi per capacità ma che, a mio avviso, è molto più in gamba di quest'ultimo, si trova davanti un Paese devastato nel tessuto morale prima ancora che in quello sociale. Non bastano tre anni, non bastano cinque. Occorre dire parole scomode. È necessario rimettere al centro l'autorità, il dovere, la responsabilità, il limite.

Bisogna smettere di chiedere scusa a chi viola la legge e tornare a pretenderne il rispetto. Perché la sicurezza non è un lusso. È il primo diritto. E senza sicurezza non esiste libertà, non esiste giustizia, non esiste convivenza. Chi non lo capisce è parte del problema. Chi finge di non capirlo è complice.

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