La tassa sui capannoni deducibile dall'Irpef I dubbi delle imprese

Fiducia in Brianza: "L'idea non è male, ora aspettiamo i dettagli". Veneto più pessimista: "Con una mano tolgono, ma con l'altra..."

La tassa sui capannoni deducibile dall'Irpef I dubbi delle imprese

Qualcuno si fida, altri no. Potrebbe essere un passetto in avanti, o forse un mezzo passo indietro. Dipende. Bisogna studiare il testo. Chissà. Il cuore dell'Italia produttiva legge e rilegge il decreto che introduce la deducibilità per l'Imu pagata sui capannoni. Andrea Baiardi della V.S.B. di Solaro, provincia di Milano a un passo dalla Brianza, prova a prendere sul serio la novità in arrivo: «Noi imprenditori siamo tartassati. L'Imu e l'Irap sono le nostre bestie nere. Questa volta, e sarebbe la prima volta, sento dire che l'Imu scenderà. Noi, noi che facciamo fatica come tanti, risparmieremmo un trenta per cento. O meglio, verseremmo i soliti cinquemila euro per il nostro capannone in cui realizziamo carpenteria, ma poi avremmo il jolly, un jolly grossomodo da 1.500 euro, sull'Irpef. Non è male, non sarebbe male. Aspettiamo i dettagli».

Qualcosa forse cambia nel nostro Paese. Ma non è sicuro. Vai a sapere se sotto c'è una fregatura. Prudenza. Scetticismo. Una stanchezza che viene da lontano. Da Gambarale di Mira, terra di fabbriche e fabbrichette che si fermano solo davanti all'acqua della laguna di Venezia, Renzo Tessari prova a fare due conti: «Ai tempi dell'Ici, nel 2010 e 2011, ho dato allo Stato 1.786 euro. L'anno scorso, con l'Imu, il prelievo è salito a quota 2.838 euro. Un salto di mille e passa euro. Adesso mi auguro di scendere ai livelli precedenti. Non ci cambia la vita, ma è meglio di niente. Però, attenzione, queste sono misure modeste a fronte di una crisi gravissima che ha colpito anche noi e ci ha spolpato il fatturato».
Si sa, il bicchiere è mezzo pieno. O mezzo vuoto. Dipende da come lo si osserva. E poi ci sono delle variabili non da poco. La deducibilità sarà totale o parziale? Non è proprio un dettaglio insignificante. La Cgia, la potente organizzazione degli artigiani di Mestre, ha fatto una sua proiezione immaginando l'ipotesi migliore, quella del 100 per cento di possibile bonus, ma da una prima lettura del testo governativo non è chiaro che cosa accadrà. E però, l'elaborazione Cgia offre risultati importanti: un'impresa metalmeccanica, una delle tante formiche d'Italia, con un reddito di 90mila euro e un capannone di 5.500 metri quadri, alla fine risparmierebbe 3.300 euro. Non proprio bruscolini.

E però proprio dal Veneto, da Martellago, Stefano Bovo della Idk, meccanica di precisione, lancia l'allarme: «Ormai è un classico e io non ci credo più. Il governo annuncia una misura che favorisce noi imprenditori e poi, quando la studi in profondità, prima o poi trovi il trucco. Non vorrei che quello che ci danno con una mano ce lo tolgano con l'altra». Il riferimento è al famigerato coefficiente moltiplicatore che dovrebbe cambiare, naturalmente in peggio. La Cgia, nella sua simulazione, ne ha tenuto conto ma a Bovo questo non basta: «Devo vedere e in concreto. Noi, con il salto dall'Ici all'Imu, siamo già passati da 5mila euro a 9.500 euro l'anno». In ogni caso per Bovo, a parte il solito festival delle cifre, sono due le questioni di fondo. Drammatiche. Sempre più drammatiche: «Che cosa deduco se non produco reddito? Ma le lo sa che ci sono decine di imprenditori che portano tutti i giorni i libri in tribunale? Ci sono imprese ferme, con i dipendenti in cassa integrazione, e che cosa possono dedurre questi poveretti? E poi, mi lasci dire, il problema non è la deducibilità, ma la governabilità. Qui non si capisce mai quanto si deve pagare, è tutto opinabile, discutibile, provvisorio». È il menu ballerino delle imposte. Speriamo che questo sia l'antipasto di una nuova stagione.

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