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"Io fuori dai premi perché israeliano. Penso al ricorso per difendermi"

L'artista Belu-Simion Fainaru: "Sono discriminato come mio padre in Romania 80 anni fa. La Biennale mi tuteli"

"Io fuori dai premi perché israeliano. Penso al ricorso per difendermi"
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Belu-Simion Fainaru, nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973, è l'artista che rappresenta Israele alla 61esima Biennale. "È stato il presidente della Biennale a offrire un Padiglione a Israele, perché quello ufficiale è in ristrutturazione. Quindi esporremo all'Arsenale, in un palazzo che ha cinquecento anni di storia e in cui dovremo trovare soluzioni inusuali per allestire la mia installazione".

Che cosa esporrà?

"Il mio progetto, The Rose of Nothingness, è ispirato a un verso di Salmo di Celan ed è un'installazione d'acqua, che usa quei sistemi di irrigazione innovativi che Israele ha inventato per coltivare nelle aree desertiche; del resto, l'acqua è uno dei problemi del secolo. Si collega anche alla filosofia ebraica, alla cabala, al rapporto paradiso/inferno e allo spazio circostante, alla luce in particolare, ed è un'esperienza sensoriale a tutto tondo".

C'è una piscina nera.

"Rappresenta una pagina del Talmud, che fu stampato per la prima volta proprio a Venezia: un momento centrale per la cultura ebraica, che per secoli, durante la diaspora e le espulsioni, si è raccolta intorno a questo libro".

Però la sua opera non potrà essere premiata per decisione della Giuria internazionale, criticata ieri dal ministro degli Esteri israeliano Katz. Che cosa ne pensa?

"So che sono arrivate critiche e richieste di boicottaggio ma la Biennale è stata chiara sul fatto di essere contraria al boicottaggio di qualunque Paese. Quella dei giurati è una rivendicazione politica e non credo sia il loro mandato: dovrebbero occuparsi di dare un giudizio artistico. D'altra parte credo che la Biennale sia responsabile".

Anche se la Giuria è autonoma?

"È stata la Biennale a scegliere le persone della giuria. E se questa giuria fa affermazioni politiche e mi esclude, in quanto artista, significa che non sono uguale agli altri partecipanti, anche quelli di Paesi come l'Iran, il Qatar o l'Arabia Saudita, che violano i diritti umani. Così la Biennale diventa un'arena politica e non più artistica".

L'arte c'entra con la politica?

"L'arte è uno spazio che dovrebbe essere libero e uguale per tutti. Un luogo di dialogo. Mi aspetto che la Biennale intervenga per condannare questo atteggiamento, e che lo faccia anche il ministro della Cultura italiano".

Farà ricorso?

"Credo di sì. Vede, anche mio padre è stato discriminato: nella Romania del 1940 fu escluso dagli studi e deportato, perché ebreo. Non credo che 80 anni dopo anche io sarò discriminato, in quanto ebreo israeliano, in questo mondo. La storia si ripete... Ma io non posso essere escluso perché israeliano: si badi bene, non per la mia arte, o per il mio messaggio, che è di pace. Ho creato una Biennale del Mediterraneo, dove espongono insieme artisti di tutto il Medio oriente e a Haifa, dove insegno all'Università, metà dei miei studenti è palestinese".

Era già stato alla Biennale?

"Sì, nel 2019, per la Romania.

L'opera era quasi identica e io sono sempre lo stesso artista, ma nessuno aveva avuto da ridire, nessuno aveva protestato ed ero in gara per il Leone. Perché può accadere questo? Per razzismo e discriminazione, perché appartengo alla cultura ebraica. Perciò sì, farò i passi necessari per difendere la libertà e per non essere escluso, come lo fu mio padre".

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