Per il "Kibbutz" di Indro tradimenti e polemiche

L'anno successivo al viaggio in Palestina la prima del dramma, ambientato in una colonia agricola

Tra le opere teatrali di Montanelli non è la più nota, ma è strettamente legata al suo viaggio reportage in Israele: nel novembre del 1961 va in scena a Milano «Kibbutz», dramma in tre atti ambientato in una comunità di coloni. Il protagonista maschile è Ernesto Calindri (primattore l'anno precedente anche de «I sogni muoiono all'alba», opera dedicata alla rivolta ungherese), quella femminile è Pupella Maggio, famosa per le interpretazioni del teatro di Scarpetta e di Eduardo De Filippo.

La vicenda ruota intorno alla storia di Rachele, ebrea napoletana (la Maggio, appunto): è una delle animatrici del kibbutz ma si scopre che è stata amante del braccio destro di Adolf Eichmann, per viltà e convenienza ha tradito i suoi correligionari. I coloni si interrogano su cosa fare, alcuni sono posti di fronte ai compromessi del recente passato. Alla fine decidono di non denunciarla. Come spiegherà lo stesso Montanelli in un'intervista: «Quanto dolore. Come giudicare, dunque? Meglio assolvere, meglio dimenticare, con il passato della donna del kibbutz, anche il nostro».

Dietro il lavoro teatrale c'è, come detto, la scoperta di Israele. Ma anche l'eco della cattura dello stesso Eichmann, che i servizi segreti israeliani hanno rapito e trasferito in Israele, dove sarà processato, nel maggio del 1960.

Come scrivono Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, autori di «Indro Montanelli. Una Biografia» (Hoepli): «Il dramma ottiene un buon successo di pubblico, ma suscita reazioni contrastanti sulla stampa dell'epoca». E le reazioni corrispondono agli schieramenti politici e culturali. Dal Corriere della Sera (per cui Montanelli scrive) e dal giornale della comunità ebraica milanese arrivano lodi, dall'Unità e dal «progressista» Giorno, piovono stroncature. Un «festival del qualunquismo», «saga della strizzatina d'occhio», un'opera «decisamente brutta», scrive il critico di quest'ultimo giornale, Roberto De Monticelli.

In ogni caso, scrivono Gerbi e Liucci, «l'interesse per la cosiddetta questione ebraica» non abbandonerà mai Montanelli. Negli ultimi anni, dal 1996 in poi, ne farà oggetto di almeno 15 della sue Stanze sul Corriere. Significativi negli anni successivi al Reportage gli interventi sul caso Eichmann: Montanelli non si schiera contro la condanna capitale, ma chiede una pena suppletiva: bisogna mostrargli Israele, deve vedere «ciò che gli ebrei, questa razza da lui ritenuta inferiore e maledetta, hanno fatto in quell'angolo di sabbioso deserto», deve avere di fronte agli occhi «la superba avventura pionieristica di questo popolo». Sarebbe questo, scrive, «il suo vero e più terribile castigo».

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