Perché si consolidi un culto, il corpo del suo ispiratore un corpo, a tutti gli effetti, messianico deve sparire. È la regola del sepolcro vuoto al cospetto dei sepolcri imbiancati, dell'ascetica ascensione o del corpo vilipeso fino a sfinire, irriconoscibile.
Isidore Ducasse morì il 24 novembre del 1870, in un albergo, al civico 7 di rue Faubourg-Montmartre, Parigi, dove si era trasferito da poco. Degli ultimi mesi della sua esistenza terrena non si sa nulla: la nota sull'atto di morte è tombale, Sans autres renseignements; tra gli ospiti dell'albergo risultavano registrati un insegnante, un commissario, un fornaio, un gioielliere. Il corpo di Isidore Ducasse sparì in una specie di fossa comune, presso l'attuale cimitero di Montmartre; fu disseppellito pochi mesi dopo e sepolto in un'altra branca del cimitero; pare che le spoglie non reclamate siano finite nell'ossario di Pantin. L'anno prima, Isidore Ducasse aveva pubblicato il primo dei suoi Chants de Maldoror (ora nella sgargiante traduzione di Luca Salvatore per la Nuova Universale Einaudi, pagg. XXXVI+680, euro 36); preferiva l'anonimato, scelse di firmarsi "Comte de Lautréamont". Al "Signor Verboeckhoven" che insieme ad Albert Lacroix guidava la "Librairie Internationale" belga che lo avrebbe pubblicato Isidore scrisse che nei suoi Chants, il libro che lo aveva, letteralmente, assassinato, "ho cantato il male... naturalmente, ho esagerato un po' il diapason per fare del nuovo nel senso di quella letteratura sublime che canta la disperazione soltanto per opprimere il lettore, e fargli desiderare il bene come rimedio".
Morto nei mesi, atroci, dell'assedio di Parigi, Isidore Ducasse era nato nell'aprile del 1846 a Montevideo, mentre la città era assediata degli argentini a difenderla, pur per poco, c'era pure Garibaldi. Va scorto un canone, forse, uno stigma della sorte in questo poeta vissuto, sempre, sotto il tiro di funerei presagi, in prossimità di macerie e sangue, di espatrio coatto.
La madre di Isidore, Célestine, morì che il figlio aveva poco più di un anno, probabilmente suicida; il padre, François, immigrato in Uruguay dall'Occitania, aveva fatto carriera presso il Consolato generale di Francia: spedì il figlio a studiare a Tarbes, il paese natio, disinteressandosene. Isidore leggeva Seneca, amava Edgar Allan Poe, sognava sfogliando il Don Juan e il Childe Harold di Byron lasciò dietro di sé un enigma persistente, l'ossessionato desiderio di cancellare le proprie tracce, di cancellarsi.
Dal corpo morto anzi, scomparso di Isidore Ducasse, ormai Lautréamont, sortì la leggenda. I canti di Maldoror furono rimessi in circolo nel 1874; nel 1890 l'editore Léon Genonceaux ne stampa la prima edizione critica. Nel frattempo, Léon Bloy aveva cominciato a magnificare quel poema, pura "lava liquida cupo, insensato, onnivoro" che "riduce le sataniche litanie dei Fiori del male, d'improvviso, in fioretti, in testi che recano un'aria di innocua pietà". Alfred Jarry scrisse che Lautréamont era il vero pioniere dell'"universo patafisico", André Breton impareggiabile in violenza critica fece di lui il Messia del Surrealismo, "nessuno gli è paragonabile". Con una certa malizia, André Gide disse che il genio del Surrealismo era stato quello di aver scoperto il genio di Lautréamont.
In sostanza: il corpo di Isidore Ducasse partorì Lautréamont, profeta di Maldoror. Maldoror come tutti gli dèi dei primordi , per vivere, divorò il suo creatore. Al culto dei Chants l'autentica Bibbia della letteratura del Novecento aderirono in massa. Aimé Césaire issò il suo autore a eroe anticolonialista ("La verità è che a Lautréamont è bastato guardare l'uomo forgiato nel ferro dalla società capitalista per comprenderne il mostro"), Maurice Blanchot a pioniere insieme al Divin Marchese di una letteratura "della vertigine"; per Julien Gracq è il precursore di una scrittura d'altrove, che sconfina nell'apostasia di sé: "attraverso l'umorismo nero, Lautréamont deride ciò che scrive, annienta il testo mentre lo testimonia". Più di recente, il Nobel per la letteratura Jean-Marie Gustave Le Clézio, introducendo le uvres complètes di Lautréamont per Gallimard, ha scritto che "Lautréamont è il profeta della poesia liberata: ha mostrato che la letteratura può ancora tentare di esprimere l'uomo nella sua totalità. È il simbolo della ribellione contro l'ordine costituito, del grido contro il linguaggio carcerario".
In Italia, Isidore Ducasse ha avuto almeno un paio di fan. L'ultimo in ordine di tempo e d'importanza , Antonio Porta, scrisse in un'edizione dei Canti edita da Feltrinelli nel 1968 che "Lautréamont non si affida alla ragione sinonimo di istituzione, dunque di furto"; scrisse che "gli autori innocui" sono come "l'erba che deve essere calpestata e non crescere più". Fu Giuseppe Ungaretti, tuttavia, a trapiantare in Italia la mania di Lautréamont. "Uno schianto carnale che apre il volo a fiori di fuoco... necessità di strappare alla realtà le sue maschere, e di restituire alla natura la sua maestà tragica": così descrive la furia dei Canti. Insieme a Leopardi, Friedrich Hölderlin e William Blake, a suo dire, Leautréamont è il fondatore della letteratura moderna. Bisogna essere fraintesi dal proprio tempo fraintesi fino alla frattura totale, fino al totalitarismo dell'indignazione per fermentare futuro.
Resta da dire del libro ma che dire di ciò che è scritto, come un sortilegio, per industriarci a reagire? L'esperienza estetica, qui, si dilata in brigantaggio del linguaggio, in razzia dell'io per imbracciare l'onere della ribellione. Lo si diceva all'inizio: I canti di Maldoror inaugurano un culto, pretendono adepti. "La miglior cosa per te è far finta che Dio non esista, e farti giustizia da solo, visto che ti viene preclusa", sussurra Maldoror questo sapido incrocio tra Frankenstein e Faust, tra Gargantua e Morgante, un Don Chisciotte reso all'ira, estroso in crudeltà a un ragazzino: "Se uno dei tuoi compagni t'offendesse, non saresti ben lieto di ucciderlo?".
Nei presunti ritratti fotografici, Isidore Ducasse, elegantemente fuori luogo, allampanato, ha lo sguardo stregato. Genonceaux, lucrando sul "personaggio", disse che "scriveva di notte, seduto al pianoforte... questo suo modo di comporre era la dannazione degli altri ospiti dell'albergo".
In una delle ultime lettere, inviate al banchiere Darasse, Isidore arma l'urlo: "I gemiti poetici di questo secolo non sono altro che sofismi schifosi". Voleva "cambiare metodo", avrebbe cantato, prometteva, "la calma, la felicità, il dovere". Per fortuna, morì sparì. Il poeta inghiottito dal proprio libro.