Sì, certo. Esistono premi letterari che fanno vendere di più, come lo Strega. O premi più pomposi, come il Campiello. E persino più ricchi, come per un paio di edizioni - il Premio DeA Planeta, con il suo assegno pesantissimo da 150mila euro come anticipo sui diritti di pubblicazione. Ma nessuno può vantare un'anzianità di servizio, e di prestigio, come il premio Bagutta, fondato a Milano nel 1926: il più antico premio letterario italiano, nato per goliardia e entrato nella leggenda.
Erano cento anni fa esatti. E nella trattoria del toscano Alberto Pepori di Fucecchio, in via Bagutta, dentro quello che ancora non si chiamava Quadrilatero della Moda, l'11 novembre di quel 1926 un gruppo di amici - undici in tutto, eccoli i «baguttiani»: Riccardo Bacchelli (il Presidentissimo), Orio Vergani (il Segretario), Adolfo Franci (grande critico cinematografico!), Paolo Monelli, Gino Scarpa, Mario Vellani Marchi, Ottavio Steffenini, Luigi Bonelli, Mario Alessandrini, Antonio Veretti e Antonio Niccodemi, cioè un romanziere, «tre giornalisti, due pittori, un avvocato, un commediografo, tre letterati e un dandy» - un po' per scherzo, un po' per racimolare qualche cena pagata, visto che si sarebbe chiamato «Bagutta» - decisero di inventarsi una cosa a cui in Italia nessuno aveva ancora pensato: un premio letterario (il modello era il Goncourt parigino), autoeleggendosi giurati (e non fu una cattiva idea). L'annuncio fu dato dalla rivista La Fiera Letteraria, nel cui giro si muovevano molti «baguttiani», motivo per cui tutto il mondo culturale lo venne a sapere. E fu così che un'osteria a conduzione familiare, nata due anni prima, si trasformò in un cenacolo intellettuale, che dura ancora oggi. Buoni libri, buon cibo, bella gente; e chiacchiere interessanti.
Ah. L'atto di fondazione del premio, scritto su un foglio di carta da Adolfo Franci (la «carta gialla»), fu affisso a una parete del locale, come poi avverrà per le famose «liste», i disegni e le caricature dei vari personaggi presenti alle varie sedute del premio fatti sulla carta del menu del Bagutta dagli artisti del gruppo, soprattutto Mario Vellani Marchi e Giuseppe Novello. Un vero tesoro fatto di oltre 400 opere, ritratti di Lucia Bosé e Fausto Coppi, di Toscanini e Wanda Osiris, di Montale e Italo Balbo, appesi lì, sui muri della trattoria, che andavano occupando ogni angolo del locale, stipiti e copricaloriferi compresi, anno dopo anno.
E anno dopo anno il premio crebbe, in importanza e risonanza. Forse non incideva molto sulle vendite, ma meglio così: si evitavano pressioni da parte degli editori. Anzi. Il desiderio di indipendenza dei giurati fu tale che senza che il regime chiedesse nulla tra il 1937 e il 1946 il premio si autosospese per evitare eventuali pressioni. «Il clima non ci piace», fu la semplice spiegazione dei «baguttiani»; che a dirla tutta non erano neanche particolarmente antifascisti.
Comunque. Senza raccomandazioni e senza accordi sottobanco, il Bagutta negli anni fu assegnato a scrittori destinati a restare nella storia della letteratura e ad altri che la storia ha dimenticato. Tra i primi Comisso, alla seconda edizione; Gadda nel 1934 con Il castello di Udine, Brancati nel '50 e Montanelli nel '51, Tommaso Landolfi nel '64 (l'unico che venne meno all'obbligo di partecipare alla serata dalla premiazione: lo scrittore non voleva andare, l'editore Vallecchi provò a convincerlo ricordandogli che i soldi del premio potevano servirgli per pagare i suoi debiti di gioco, e allora disse sì, ma poi all'ultimo momento mandò un telegramma: «Deploro mia assenza», e Guido Vergani scrisse sul settimanale Tempo che Landolfi «è stato premiato in contumacia»); e poi Piero Chiara, Natalia Ginzburg, Soldati, Sciascia... Tra i secondi, invece, Giovanni Battista Angioletti (il primo nome dell'albo d'oro), Gino Rocca, Raul Radice, Dario Ortolani, Giorgio Vigolo, Niccolò Tucci... All'epoca promesse, oggi Carneadi.
Già, oggi. La trattoria Bagutta ha chiuso nel 2016. Il gestore, Marco Pepori, dichiarò fallimento, senza troppe sorprese: la gestione e il cibo - risotto alla milanese con ossobuco e gremolada, cotoletta (sottile e battuta) e i mondeghili - non erano più quelli di un tempo. Al suo posto oggi c'è una sartoria napoletana e un bistrot. Le opere d'arte, finite in un'asta giudiziaria, sono state riscattate da Gianfelice e Martina Rocca, che, da milanesi affezionati alla città e al premio, le hanno messe a disposizione del pubblico, donandole al FAI (che forse già quest'anno le esporrà, per sempre, nella casa che fu dell'avvocato Alberto Crespi, in via Verga), mentre le riunioni della giuria - oggi il presidente è Isabella Bossi Fedrigotti, il segretario il multiforme Andrea Kerbaker così come la tradizionale cena di premiazione sono ospitate da Francesco Micheli nel suo studio, in via De Grassi. Ormai è una serata di rigore per l'intellighenzia milanese: 150 invitati, un assegno da 12.
500 euro (i 25 milioni vecchie lire) per il vincitore (ah: quest'anno è Domenico Starnone, per il romanzo Destinazione errata, Einaudi), tavoli di scrittori, editori, poeti e giornalisti, pettegolezzi letterari, mise molte sobrie, mangiamenti e alle dieci e mezza, undici va', tutti a casa. In puro stile milanese. E baguttiano.