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Donne, editori, alcol, gatti: l'inferno poetico di Charles Bukowski

Torna una delle raccolte poetiche più celebri dello scrittore americano. Dentro c'è tutto il suo mondo

Donne, editori, alcol, gatti: l'inferno poetico di Charles Bukowski
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Charles Bukowski (1920-994) è noto ai più per la sua sterminata produzione di poesie, scritte per conto di chiunque fosse talmente folle non sono parole sue, ma non credo che me ne avrebbe da pubblicarle su riviste e giornali, prima ancora che in vere e proprie raccolte. Eppure, nonostante il successo dei poeti beat abbia sdoganato una libertà espressiva assoluta e solo apparentemente antitetica rispetto all'eleganza formale che si riconosce da sempre alla forma lirica, la scrittura di Bukowski sembrerebbe perfetta per il moderno romanzo di strada americano. Charles Bukowski ha in effetti pubblicato sei romanzi, ma è alla forma breve che deve la sua fama di scrittore, conquistata soprattutto nella vecchia Europa.

Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere (SUR, pagg 322, euro 18, traduzione di Tiziano Scarpa) - una nuova edizione che include dieci poesie finora inedite in italiano rispetto all'edizione di minimum fax del 1999, sempre tradotta da Tiziano scarpa - è la materializzazione più compiuta del suo manifesto letterario, un compendio di liriche dal sapore notturno che, più che a macchina, sembrano scritte col sangue di ferite auto-inflitte. Sangue più ricco di alcol che acqua. Questa raccolta fa sfoggio dell'intero campionario dell'autore: sesso, alcol, frustrazione, sarcasmo, violenza verbale, altalena umorale, amicizia, odio, amore. Notti insonni a battere a macchina e a bere smodatamente e mattinate a letto a smaltire la sbornia e ad appallottolare con stizza quanto scritto di notte per poi gettarlo nel cestino.

C'è l'allitterazione stradaiola de L'ultimo racconto, un'amara riflessione sulla difficoltà di vivere insieme al genere umano. Perché, se «il prezzo della creazione non è mai troppo caro, il prezzo di vivere in mezzo alla gente sì». Le pagine sono spesso pervase da una nostalgia commovente per una giovinezza idealizzata ma non troppo. Come in Amici nel buio, in cui gli fanno compagnia musicisti classici della natia area germanica, oppure in O tempora! O mores!, esaltazione della donna che stride con la misoginia di cui l'autore è stato spesso accusato e da cui si difende con la poesia Non sono un misogino: «poche cose sono belle come una donna vestita in lungo».

Prima di fare della letteratura una professione, Bukowski ha dovuto lavorare come la maggioranza degli scrittori. Le categorie con cui se la prende più di frequente sono gli editori, gli autori «inoffensivi» che non hanno mai dovuto lavorare e, dunque, non hanno granché da raccontare («Termiti Paginivore») e le amate/odiate donne. Perché, se gli editori lo hanno quasi sempre stizzito, a parte quelli europei a cui era consapevole di dovere buona parte delle sue fortune, le donne per lui sono sempre state gioie e dolori, comunque donne che spesso avevano sofferto più di lui. E quante notti senza donne ha passato, notti insonni in cui smettere di scrivere e concentrarsi sul bere «era una forma d'arte» (Il grande progetto).

Se il rapporto con le donne non è sempre stato agevole per Bukowski, nemmeno quello con i gatti, tra le creature più letterarie in assoluto, viene tratteggiato come una passeggiata. In fondo, quei piccoli felini sono indipendenti come le femmine che più di altre hanno stuzzicato gli appetiti del poeta maledetto. Come in Calmo: «il gatto viene a trovarmi si butta sotto il tavolo... e, gatto caro, lavoriamo ancora alla poesia». E, si sa, il gatto difficilmente obbedisce a chi pensa di essere il suo padrone.

Joe R. Lansdale è un beniamino del pubblico italiano e ha sempre apprezzato Bukowski. «Questa raccolta di poesie mi è piaciuta molto. Di lui ho sempre amato il modo diretto di raccontare il mondo come lo vedeva, per quanto a volte io lo vedessi diversamente da lui. E poi le sue poesie le scrive senza doversi preoccupare di essere lirico. In realtà, è più prosa che poesia. La mia passione per lui è cresciuta nel tempo e il suo romanzo Donne lo consiglio spassionatamente». Mentre Lew Shiner, autore del romanzo sociale Black&White, non condivide l'entusiasmo dell'amico Lansdale: «Tono, vocabolario e ritmo di Bukowski non si distinguono dal modo comune di parlare. I temi sono triviali. Se non ci fossero le righe, nulla farebbe intendere che è poesia».

E John Smolens, fine romanziere noto ai lettori italiani soprattutto per Margine di fuoco, pensa che Bukowski sia «il bardo dei reietti. Le sue poesie sanno di whisky, birra e sigarette e dicono a tutti noi che, persino nei momenti peggiori, non siamo soli. La sua metrica ricorda un tacco sbattuto su un marciapiedi».

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