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Melville contro i ruderi della editoria moderna

Escono articoli ed elzeviri polemici. "Basta scimmiottare gli europei, non siamo inferiori"

Melville contro i ruderi della editoria moderna
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Un Melville poco conosciuto, inedito, pubblicato, per la prima volta in Italia e che racconta come - nell'estate del 1850 mentre Moby Dick prende forma tra ossessioni e abissi- l'autore abbandoni per qualche tempo la Balena e Ahab per concentrarsi da critico su un libro uscito quattro anni prima: Muschi da una vecchia canonica di Nathaniel Hawthorne. Ne nasce un testo - pubblicato in due parti sul Literary World e firmato con lo pseudonimo di «un virginiano in villeggiatura nel New England» - che ha ben poco della recensione e molto della confessione estetica.

Melville non si limita a lodare Hawthorne: usa quel libro per dire cosa dovrebbe essere la letteratura americana, e sottrarla al complesso d'inferiorità verso l'Europa. «L'America», scrive, «non deve attendere un genio travestito da Shakespeare: l'errore è credere che il nuovo debba indossare costumi antichi». Il confronto tra Hawthorne e Shakespeare non è un atto di arroganza: Melville afferma che la distanza tra i due scrittori non è incolmabile. Perché Hawthorne possiede ciò che conta davvero: l'accesso a quella «grande Arte di dire la Verità» che passa per una scrittura capace di sedurre con la luce e, subito dopo, di trascinare nel buio.

È questo potere dell'oscurità a parlare direttamente a Melville, che in quei mesi sta inseguendo Moby Dick: un orrore vago e metafisico, più vasto di ogni trama.

Letto oggi, il saggio su Hawthorne ci dice forse più su Melville che su Hawthorne. Non a caso accompagna spesso le edizioni in lingua inglese di Moby Dick, come chiave d'accesso a un'opera dedicata proprio allo scrittore di Salem.

In Italia il testo è rimasto a lungo ai margini, sinché Paolo Simonetti - professore associato di Lingue e Letterature Angloamericane alla Sapienza di Roma, studioso accreditato di Melville, curatore dei Meridiani mondadori dedicati a Philip Roth e Bernard Malamud- non ne offre ora una nuova traduzione e una preziosa curatela nella raccolta di Melville L'arte del libro. Leggere, recensire, pubblicare (Galaad, testo inglese a fronte, pagg. 194, euro 13). Accanto al saggio su Hawthorne altri due scritti melvilliani sino ad oggi inediti in Italia: una recensione del Corsaro rosso di Fenimore Cooper (l'autore de L'ultimo dei Mohicani) e il saggio La casa del poeta tragico.

La scelta non è casuale. Simonetti ricompone un Melville meno mitizzato e più concreto: non solo narratore, ma osservatore acuto dei meccanismi che legano scrittura, mercato e pubblico. Un intellettuale che riflette sulle trasformazioni dell'editoria ottocentesca, evidenziando quei limiti che oggi sono ancor più esasperati. Emblematica, in questo senso, la recensione del romanzo di Cooper, dove Melville si sofferma meno sulla storia che sull'oggetto-libro, criticandone la rilegatura, inadatta allo spirito piratesco del racconto. Il libro, per Melville, non è un contenitore neutro: è un corpo simbolico che può tradire o rafforzare il senso dell'opera.

Nell'introduzione Simonetti ripercorre i rapporti difficili di Melville con l'ambiente letterario del suo tempo: editori guardinghi, recensori distratti, lettori spesso incapaci di seguirlo. La sua ostinazione a scrivere «a modo suo» lo colloca presto in una zona di attrito permanente. Questo conflitto riaffiora con forza ne La casa del poeta tragico, dove la distanza tra autore e pubblico diventa definitiva, quasi cosmica. «I ruderi di Pompei» evocati nel saggio, anticipano una modernità desolata: il poeta abita un mondo in rovina, dove la poesia non ha più cittadinanza.

Particolarmente attuali anche le riflessioni affidate alla figura del recensore, che confessa la propria impossibilità di fronte a «editori che vogliono il già noto mascherato da nuovo».

Melville sembra dirci che senza un pubblico capace di leggere davvero, la letteratura è destinata a spegnersi. Un monito che attraversa i secoli e arriva sino a noi, intatto, come un relitto che continua a parlare.

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