Non lasciatevi ingannare, “Sinistra cattiva” di Leonardo Caffo è un giudizio estetico prima che politico. È delusione, sconcerto, fastidio che ti cresce dentro e che per lungo tempo fatichi a riconoscere, tradimento, non suo ma degli altri. Come hanno fatto quelli che ti circolano intorno a rivelarsi così mediocri e con tanta ferocia? È da qui che bisogna partire per comprendere un saggio che svela qualcosa di così evidente che solo l’ottusità di presunti intellettuali in fila per tre si ostinano a nascondere. Frammenti di un discorso (non) amoroso: Barthes è lì, convocato e rovesciato. Il grande Roland nel 1977 aveva costruito un atlante dell’innamoramento, aveva catalogato le figure del discorso amoroso come se il cuore avesse una grammatica, come se il desiderio potesse essere scandito in lemmi. Caffo prende quella struttura e la porta in politica, e il gioco è più serio di quanto sembri. Il discorso della sinistra era stato, nelle sue origini, un discorso d’amore verso gli oppressi, verso il futuro, verso un’idea di mondo che non si rassegnava al presente. Quel discorso è diventato (non) amoroso: ha conservato la forma, il vocabolario, i gesti rituali, ma ha perduto l’eros, la tensione, il pericolo. È rimasto il linguaggio senza la passione che lo animava.
Caffo è un filosofo di Catania, classe 1988, che ha insegnato estetica dei media alla Naba di Milano e ontologia al Politecnico di Torino, che ha scritto per Einaudi e Bompiani e Cortina, che si è battuto per i diritti animali e per l’anarchia come categoria speculativa, che ha diretto riviste e fondato case editrici, che ha partecipato a DiEM25 con Varoufakis. È anche un uomo condannato in primo grado per maltrattamenti, poi parzialmente assolto in appello, poi licenziato dalla Naba per incompatibilità col codice etico. L’elefante nella stanza va nominato, perché sarebbe disonesto farne a meno, e soprattutto perché con un libro come questo, che predica la coerenza come virtù politica e attacca la sinistra del politicamente corretto, la contraddizione biografica ha un peso specifico che il lettore deve soppesare da solo. Caffo è, insomma, quello che si dice un personaggio difficile da catalogare. Non è un militante, non è un accademico nel senso corrente, non è un intellettuale organico a nessuna tribù. È un’anomalia, e le anomalie, in letteratura come in politica, di solito producono cose interessanti.
Sinistra Cattiva è un pamphlet breve, novanta pagine, edito da Transeuropa nella collana “Pronto Intervento”, che già nel nome dichiara l’urgenza. Il libro nasce da una domanda che Caffo formula senza mezze misure: quando la sinistra ha smesso di essere pericolosa? La risposta che costruisce, frammentata in schegge numerate come teoremi o come refrain, è che la sinistra è diventata il responsabile delle pubbliche relazioni della “Tecnocrazia”, il garante etico di un sistema che sorveglia e modula i comportamenti, e lo ha fatto vendendo inclusività e purezza morale al posto di una rottura radicale. Non è una critica nuova, Caffo lo sa benissimo, ma la novità sta nel tono e nella forma. Niente saggio accademico, niente manifesto, niente dialettica sistematica. Il modello dichiarato è quello di Adorno e Benjamin, il frammento come resistenza al totalitarismo del pensiero, l’aforisma come arma, la Theory Fiction come modo di stare a cavallo tra la critica e la narrazione senza scegliere l’una o l’altra.
Il bersaglio vero del libro è la sinistra del consenso, quella che ha imparato a gridare senza spaventare nessuno, che ha trasformato il conflitto in performance, la classe in identità, la politica in gestione del linguaggio. Caffo attacca la magistratura come nuovo ordine del discorso che la sinistra ha abbracciato invece di smontare, attacca l’antisionismo da corteo torinese vissuto come gesto estetico piuttosto che come analisi, attacca la disoccupazione giovanile usata come benzina per il populismo invece di essere intercettata come frattura ontologica. Propone, con la franchezza un po’ spericolata che gli è propria, una tassazione proibitiva della rendita, una democrazia economica che non si fermi al sussidio universale, un ritorno all’utopia conflittuale contro l’utopia confluente del progressismo liberale.
Si può rilevare che il libro ha i difetti della sua forma: la velocità produce generalizzazioni, l’aforisma taglia dove bisognerebbe cucire, e la Theory Fiction a tratti diventa un alibi per non argomentare fino in fondo, ma si fa fatica a negare che Caffo abbia fiutato qualcosa di vero nel cuore della crisi della sinistra europea, quella incapacità di generare visioni e antieroi che Caffo attribuisce alla sinistra e che le destre, nel loro fervore, hanno invece coltivato con una certa efficacia. È un libro che disturba, il che era esattamente la sua ambizione. Barthes aveva detto che l’innamorato è colui che parla da solo, che produce un discorso che nessuno vuole ascoltare.
La sinistra di Caffo è un innamorato che ha smesso persino di parlare da solo, che ha imparato la lingua del potere e l’ha scambiata per la propria voce. Recuperarla, quella voce, resta la scommessa del libro. Visionaria, ovviamente.