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Libertari, pazzi e scrittori nella Fiume dannunziana

Nuova edizione del libro di Salaris sulla città occupata nel 1919 da artisti, omosessuali, cocainomani, nudisti

Libertari, pazzi e scrittori nella Fiume dannunziana

Nel settembre del 1919, quando Gabriele d'Annunzio guidò i suoi legionari verso la città adriatica disputata tra Italia e Jugoslavia, non stava soltanto compiendo un atto di forza politica. Stava aprendo le porte alla più straordinaria avventura controculturale che l'Italia avesse mai conosciuto. Per quindici mesi, Fiume divenne qualcosa di difficilmente classificabile: non una semplice occupazione militare, non una repubblica, non un carnevale. Era tutte e tre le cose insieme, e molto di più. Come ha scritto Claudia Salaris nel suo fondamentale saggio Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D'Annunzio a Fiume (nuova edizione, Il Mulino, pagg. 290, euro 14), l'impresa fiumana fu come un lungo e febbrile carnevale della trasgressione e della provocazione, che si apparenta alle avanguardie del tempo ma anche a un momento insurrezionale come il Sessantotto. Un paragone che, a cento anni di distanza, non smette di stupire.

La città attirò un'umanità che altrove non avrebbe potuto coesistere: disertori e idealisti, futuristi e anarchici, sindacalisti rivoluzionari e nudisti, poeti belgi e giornalisti americani, pianiste e avventurieri, omosessuali e lesbiche, cocainomani e mistici orientaleggianti. D'Annunzio, con il suo infallibile istinto teatrale, capì subito che questo magma umano andava non disciplinato ma liberato. E così trasformò Fiume in un palcoscenico permanente.

La festa era il cuore pulsante dell'impresa, non il suo ornamento. Il Comandante aveva inventato durante la guerra la liturgia del dialogo rituale con le folle (domande cadenzate, risposte corali) e a Fiume la perfezionò fino a farne una forma d'arte. Ogni ricorrenza diventava rito collettivo: l'anniversario della marcia di Ronchi, il Ballo di San Vito in onore del patrono della città, le serate al Teatro Verdi, le processioni con fiaccole e stendardi. Ma la vera festa si consumava fuori dagli edifici ufficiali, nella natura. I legionari più irrequieti scendevano di notte in città da Cosala, la collina sopra Fiume dove avevano affittato una casetta, e le discese diventavano baccanali. Sul mare, sulle isole, nei boschi, nasceva qualcosa di dionisiaco nel senso nietzschiano che quei ragazzi conoscevano bene: l'ebbrezza come forma di conoscenza, la trasgressione come pedagogia della libertà.

Le due anime di questa Fiume libertaria avevano un nome e un volto precisi. Guido Keller, barone milanese di origini svizzere, asso dell'aviazione nella squadriglia di Baracca, tre medaglie d'argento, un'aquila ammaestrata sempre sulle spalle, era il motore folle della rivoluzione. Salutista, nudista, vegano, bisessuale, cocainomane, fautore di un nazionalismo radicalmente alternativo a quello degli anni successivi, Keller incarnava una libertà totale e selvaggia. Giovanni Comisso, scrittore trevigiano, era l'anima lirica del gruppo, così lo definì Leone Kochnitzky, poeta belga della cerchia. Keller e Comisso diventarono inseparabili e fondarono il movimento più originale di tutta l'impresa. Quel movimento si chiamava Yoga, il nome completo era tutto un programma: Unione di spiriti liberi tendenti alla perfezione. La Yoga nacque nella primavera del 1920, aveva legami con il futurismo e l'arditismo ma li recideva per andare oltre: voleva ridiscutere tutto, i costumi borghesi, l'organizzazione dell'esercito, la scuola, l'arte, la letteratura. Tra i legionari più radicali si levavano proposte estreme (abolire le carceri, le banche, il denaro, instaurare il libero amore) che i conservatori del movimento ascoltavano con fastidio crescente. Accanto a Keller e Comisso, Fiume raccoglieva una costellazione di talenti. Alceste De Ambris, sindacalista rivoluzionario, fu il vero architetto giuridico della Carta del Carnaro, la straordinaria costituzione che d'Annunzio trasformò poi in opera d'arte, riscrivendola. Mario Carli, futurista e ardito, dirigeva La Testa di ferro, il giornale dei legionari. Henry Furst, giornalista americano travolto dall'esperienza, si mise agli ordini del Comandante e diventò poi il braccio destro di Leo Longanesi. Leone Kochnitzky a cui si deve la Quinta stagione, un memoir riuscito dell'impresa. E poi i futuristi, numerosi e rumorosi, tra cui lo stesso Marinetti che visitò la città e vi tenne conferenze. Tra i musicisti, Arturo Toscanini si esibì in supporto alla rivoluzione dannunziana.

Il momento più alto di questa utopia fu la Carta del Carnaro, promulgata l'8 settembre 1920 ma mai applicata a causa dell'inasprirsi dell'assedio. Oltre alla parità dei sessi, garantiva libertà religiosa, di pensiero e di stampa, riconosceva l'autonomia municipale come eredità luminosa dei liberi comuni medievali, e riservava alla musica un articolo costituzionale, cosa unica nella storia del diritto. Il suo quattordicesimo articolo resta tra le più belle definizioni di vita civile mai scritte in italiano: tre credenze religiose collocate sopra tutte le altre, la bellezza della vita, l'uomo che inventa ogni giorno la propria virtù, il lavoro umile che tende alla bellezza e orna il mondo. L'impresa era nazionalista ma non si deve pensare al tragico nazionalismo a venire. Anzi. Quel tipo di nazionalismo era rifiutato esplicitamente e considerato uno strumento delle potenze del Nord Europa utile a cancellare la ricchezza dell'Italia, che sta nella diversità delle culture, eredità del Rinascimento.

Il Natale di sangue del 1920, quando l'esercito regolare attaccò Fiume su ordine di Giolitti, pose fine all'avventura. D'Annunzio se ne andò per evitare la distruzione totale della città. I legionari si dispersero. Keller morì in un incidente automobilistico nel 1929, reduce per sempre di un'esperienza che non si sarebbe più ripetuta. Comisso ne portò il ricordo per tutta la vita, in libri come Il porto dell'amore (un capolavoro) e nelle prose del Solstizio metafisico, dove quella stagione è cristallizzata nella sua luce più pura.

A cento anni di distanza, quel laboratorio utopico torna sugli schermi con il film Alla festa della rivoluzione (esce il 16 aprile), opera prima di Arnaldo Catinari, con Valentina Romani, Riccardo Scamarcio, Nicolas Maupas e Maurizio Lombardi.

La sceneggiatura si ispira al saggio di Salaris ma lo trasforma in una spy-story avventurosa, con qualche libertà storica discutibile il pensiero di Alceste De Ambris viene attribuito interamente a d'Annunzio, che appare

come un personaggio di sinistra. Ma d'Annunzio, come ogni libertario, era irriducibile alle solite categorie. Anche questa rielaborazione è, in fondo, fiumana: a Fiume la fedeltà ideologica contava fino a un certo punto.

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