Chi è Anna Maria Ortese? Un'anima irripetibile del XX secolo, autrice di opere memorabili e ormai amatissima in Italia tanto quanto all'estero. Dal famigerato Il mare non bagna Napoli, che le costò l'esilio volontario dal capoluogo campano, alla cosiddetta Trilogia degli animali, dalle poesie alla pièce teatrale Il vento passa, e ancora dai saggi agli scritti di viaggio agli articoli d'opinione, non c'è passo della sua produzione che ogginon vada incontro a un singolare e meritatissimo sguardo, data l'altezza filosofica oltreché letteraria, esito diretto di una coscienza anch'essa notevole: sempre controcorrente, e quindi spesso incompresa, aliena alle semplificazioni e puntualmente in cerca di autenticità, del mistero e del vero in qualsiasi storia.
Scrittrice, giornalista, pensatrice, attivista, racchiudere un tale spirito sotto un'unica etichetta è arduo, visto l'eclettismo espressivo, abbinato a una sensibilità che la rese vicina ai diseredati della terra, fin dal principio, ai più inascoltati e inermi, agli ultimi, nei quali Ortese leggeva il proprio calvario di esclusione ed offesa. È questo il midollo del suo messaggio, raccolto man mano anche dalla famiglia dell'autrice, ovvero un piccolo nucleo di persone che sopravvive al momento in minima parte, e specie in una ragazza, che porta il suo stesso nome: la perfettamente omonima Anna Maria Ortese, infatti, è una trentenne, nata a Berlino da Anna Monte e Mario Ortese, quest'ultimo nipote di Ortese senior e suo appassionato estimatore. "Mi parlava di lei da quando ero piccola", mi spiega Anna Maria. "Non è esistito, nella mia infanzia, un attimo in cui non fossi stata consapevole della sua esistenza, pur non avendola mai incontrata. Mio padre me ne parlava costantemente, raccontandomi di avermi dato il suo nome perché era stata una delle persone più importanti della sua vita. Lo faceva con enorme entusiasmo, quasi parlasse di una creatura metafisica". Come guarda alla sua eredità umana e poetica? "Con grande ammirazione, e con un'infinita voglia di approfondirla ancora. Per me non è qualcosa di concluso o musealizzato, ma un patrimonio vivo: un invito ad abitare la realtà con attenzione verso i margini, con responsabilità e con profonda fedeltà alla propria interiorità". Dunque in perfetto accordo con Ortese, che è stata una donna coraggiosissima. Non compiaceva, non peccava mai di banalità e opportunismo. "Confermo. Non cercava mai la via semplice, osservava gli eventi in tutta la loro complessità e aspirava a cambiamenti concreti". Per questo ha pagato un prezzo molto alto, soprattutto in Italia? "Altissimo direi. Perché non aveva a disposizione un luogo in cui potesse esplicare la propria visione morale, in cui potesse essere sé stessa e in sintonia con la società". Attualmente invece è sempre più riconosciuta in Europa, America e oltre, anche grazie alle recenti traduzioni straniere. "È vero, un cambio di rotta che penso sia giustissimo. La sua etica e filosofia del resto possiedono qualcosa di universale, per cui si spiega questo interesse internazionale".
La giovane Anna Maria, che è anche un'ottima videomaker, si dedica inoltre da tempo a un progetto dedicato alla prozia, precisamente a un docufilm che è quasi una caccia al tesoro, un'intensa operazione di scavo partita da Napoli e che farà tappa in diverse località italiane. Al suo interno troverà spazio del materiale inedito, ovvero parte di una preziosa corrispondenza intrattenuta negli anni tra Ortese e il nipote Mario, intensificatasi dopo la partenza di quest'ultimo per la Germania. Nelle lettere, in particolare, emerge l'Ortese affaticata, la "profuga", secondo la sua definizione, la "zingara assorta in sogno", come la chiamava Elio Vittorini, che saltellava tra il Nord e il Centro Italia a fianco della fedele sorella Maria, con cui era alla spasmodica ricerca di una casa o anche di una stanza soltanto. Difficoltà di vario genere, penuria di mezzi, incomprensioni, isolamento, salute in declino, impossibilità di procedere nel lavoro: è questo il ritratto che emerge, disperante e tenerissimo. L'immagine s'intensifica via via che si arriva agli anni '70, epoca in cui Ortese verrà risucchiata dalla stesura de Il porto di Toledo, certo il suo romanzo più conturbante e ignorato, almeno fino a un ventennio fa, il suo autoritratto vivido e al contempo estatico, che ha la fragilità lieve di una confessione e la forza oscena di un poema: una specie di Iliade privata, da cui la scrittrice si lasciò perseguitare e che smembrò e riassemblò di continuo in oltre cinquecento pagine. A rileggerle adesso, pur nella versione rimaneggiata del 98, fanno quasi paura, per l'enorme sofferenza che vi si respira, per il dolore che pare essere un destino nella famiglia dell'autrice, come attestano gli scambi epistolari con Mario. Eppure, in queste testimonianze come in qualsiasi altro luogo della sua scrittura, ugualmente zampilla un bene più tenace ancora, una volontà, anzi una pretesa di pace paradossale, perché più piena di lotta, più piena di guerra della guerra stessa. È la speranza. Una speranza granitica, finanche incomprensibile, tremenda. È l'atto fideistico dei giusti e perciò dei tribolati. È la loro resurrezione costante, cui Ortese fino all'ultimo dei suoi giorni non volle rinunciare. "Rimaneva forte anche nelle situazioni estreme", mi racconta al riguardo Anna Maria, a conclusione del nostro dialogo.
"Penso che riuscisse a scorgere le piccole cose, perfino le sciocchezze, che le rivelavano la bellezza nascosta del nostro essere. Aveva una fiducia inspiegabile nel futuro, che lascia senza parole. Era come se vedesse sé stessa come parte di qualcosa di più grande, qualcosa destinato a superare la sua esistenza".