C’è da votare. E basta. Abbiamo alternato l’illusione che questo Paese potesse essere migliorato, negli ultimi trent’anni, a momenti in cui ci siamo detti che probabilmente non cambierà mai. Un certo fatalismo ogni volta ci ha indotto a credere che niente abbia mai davvero cambiato questo popolo, e che, dunque, non l’abbia cambiato Di Pietro, Berlusconi, la sinistra: se non riammodernando e rilegittimando un’arretratezza storica e culturale e civica. Da trent’anni, appunto, ogni tanto ci siamo detti che si fronteggiavano due Italie: una giustizialista, che puntava il dito e a prescindere condannava, e una garantista, che guardava alle regole e preventivamente assolveva; poi, nei momenti di sconforto, concludevamo che no, non c’era mai stato niente del genere, era rimasto sempre lo stesso paese, funambolico, arlecchinesco tra più parti in commedia, con un giornalismo basculante che trasformava il giustizialista e il garantista in due professioni più un bipolarismo puerile che faceva il resto. Abbiamo visto i giustizialisti assuefarsi a se stessi e alla propria insaziabile bulimia, e i garantisti restare vox clamantis in deserto con le loro tirate sullo stato di diritto scambiate per facilitazioni di impunità. Si è innocenti sino a sentenza definitiva?
Messaggio che non è passato; si è colpevoli dopo sentenza definitiva?
Non è passato neanche questo; la custodia cautelare dev’essere l’extrema ratio?
È passato meno di tutti.
Eccetera. Abbiamo pensato questo, nei momenti più bui. E ci siano dimenticati, ogni volta, che la Storia non è rivoluzionaria, è riformista. Cambia un pezzetto alla volta. Lo sappiamo tutti che la magistratura va riformata: lo sanno anche i magistrati. Una riforma alla volta.